1. I MILLENIUM – VENUΣIA

Professor Rosetta Silvestri Baffi wrote a book, in the 1978.

The title is: “Tre secoli di storia minore pugliese. Da una cronaca familiare e da documenti inediti (1573-1874).“, Schena Editore, 1978.
“Three centuries of Pugliese minor history . From a family chronicle and unpublished documents (1573-1874).” 

Potenziano (1540-1610) started to write it in the 1573, asking to the next generations to do the same. And they did, till 1873.

This log start from 1973 (Rome). Then there is a gap of one century, between 1873 and 1973. Then another gap, from 1073 and 1573, after the arrive of the family from Normandy, following …..

Here we’ll try to fill them. Enjoy.

ROBERTO il GUISCARDO

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Blason Famille Hauteville

La dinastia reale è stata originata da Tancredi (Coutances, 980/990 – 1041), conte di Hauteville (oggi Hauteville-la-Guichard) in Normandia (IX secolo), i cui figli Roberto il Guiscardo (Hauteville, 1025 – Cefalonia, 1085) e suo fratello Ruggero d’Altavilla (Hauteville, 1031 – Mileto, 1101), intrapresero nel 1061 la conquista e l’unificazione politica dell’Italia Meridionale, fino a quel momento in gran parte in mano ai Bizantini (parte continentale: Calabria e Puglia) e arabi (Sicilia).

Storia della decadenza e rovina dell’impero romano di Edoardo Gibbon, Volume 4GIBBON - DECADENZA E ROVINA IMPERO ROMANO

Storia della Decadenza e Rovina dell’Impero Romano
di Edoardo Gibbon, Volume 4

Assedio di Larissa, 1082

ROBERTO GUISCARDO

PAGINA TRATTA IN TOTO DAL SITO DI ASTRID FILANGIERI WWW.STUPORMUNDI.IT

I Normanni comparvero per la prima volta in Italia nel 1009, come soldati al servizio di Melo di Bari, duca di Puglia.

In seguito, nel 1016, si narra che fecero tappa a Salerno dopo un pellegrinaggio in Terrasanta, trovando la città sotto la minaccia dei Saraceni, e che, non tollerando una tale situazione, si fossero offerti di scacciare gli infedeli (è probabile che invece li abbia chiamati il principe).
Erano solo in 40 e il principe di Salerno Guaimario III li avrebbe salutati vittoriosi: “MILES QUADRAGINTA … SALVE!”.

La consistente emigrazione (*) di Normanni in Campania avvenne qualche tempo dopo, perché chiamati dal Duca di Napoli Sergio IV, nella guerra contro il longobardo Pandolfo IV di Capua. I Napoletani, infatti, si opposero sempre fieramente alle mire espansionistiche dei Longobardi, rimanendo sempre indipendenti e nominalmente sotto il governo bizantino.

(* – Ho inteso, via Radio Vaticana, che l’emigrazione fu in realtà consistente dopo il rientro dei soldati mercenari normanni chiamati dal Duca di Napoli, che li ricoprì di frutti secchi e leccornie, che gli stessi fecero assaggiare ai loro conterranei, la qual cosa spinse gli stessi a migrare in gran numero verso il Sole del Sud.).

Rainulfo chiede ad Innocenzo II le reliquie di San Sisto. Tela (sec. XV?) Cattedrale di Alife.

Rainulfo di Drengot, in cambio dell’aiuto dato, ebbe in premio Aversa nel 1030 (secondo alcuni nel 1028), e sposò poi la sorella del duca Sergio. Nel 1038 la sua investitura fu riconosciuta ufficialmente dall’imperatore Corrado II, grazie anche all’intercessione del principe di Salerno Guaimario IV. Da qui comincia una dinastia di normanni “campani”: la contea di Aversa, più le conquiste successive, furono divise in sette feudi tra quelli che furono i successori di Rainulfo.

I sei fratelli Drengot venivano dal villaggio francese di Quarrel; il maggiore, Giselberto, era ricercato, per ordine di Rolf, conte di Normandia, per omicidio.

Verso il 1030 erano scesi in Italia dalla penisola del Cotentin i cinque figli di Tancredi di Hauteville: Guglielmo Braccio di Ferro, Drogone e Umfredo (avuti dalla prima moglie, la normanna Muriella), e Roberto e Ruggero figli della seconda moglie, la nobildonna Fresinda.

Guglielmo si era insignorito di alcune zone del Cilento (a quei tempi i confini tra Calabria, Basilicata e Campania non erano quelli odierni, e forse neppure ben definiti, per cui alcuni testi riportano, in luogo del Cilento, la Calabria o Basilicata occidentale). Drogone era a capo dei Normanni di Puglia ed aveva sposato una figlia del principe di Salerno Guaimario IV (per qualcuno V). Fu ucciso il 10 agosto del 1051 mentre era in chiesa. Meno di un anno dopo una congiura poneva fine alla vita del suocero Guaimario e, di conseguenza, allo splendido periodo del principato di Salerno. Umfredo, che aveva preso il posto di Drogone, accorse a Salerno per scacciare, con l’intervento di Guido di Conza, l’usurpatore al trono di Salerno, Pandolfo, e per permettere al figlio di Guaimario, Gisulfo II, di succedere al padre.

Roberto si era attestato in Sila con un gruppo di fedeli. Era lì che Drogone lo aveva mandato, forse anche per non averlo troppo vicino. Del resto, per poter aspirare a qualche possedimento, i Normanni dovevano dar prova di forza, valore e decisione, in pratica dovevano dimostrarsi degni della ormai leggendaria ferocia normanna. E Roberto se ne dimostrò subito all’altezza. In Calabria, assieme probabilmente a gruppi di autoctoni, compiva scorrerie, ruberie, stragi. Con uno stratagemma riuscì a sequestrare un nobile di Cosenza e a farsi corrispondere un notevole riscatto. Pare che proprio questo episodio gli abbia guadagnato il soprannome di Guiscardo coniato, forse, da Gerardo di Buonalbergo. E fu proprio questo nobile di origine francese a fornire a Roberto truppe per conquistare la Calabria e, per meglio stringere i rapporti con l’ambizioso giovane normanno, gli diede in moglie una sua zia: Alberada da cui nacque Marco Boemondo, il primo figlio maschio del Guiscardo.

I Normanni erano agitati da varie discordie tra di loro, ma contro minacce esterne si ricompattavano e facevano fronte comune. E così fecero quando Papa Leone IX con l’aiuto del catapano Argiro e dell’imperatore Enrico III, organizzò, nel giugno 1053, una reazione all’invadenza normanna. A Roberto toccò il compito di affrontare i mercenari svevi inviati dall’Imperatore. Gli Svevi urlavano che avrebbero fatto scempio di quei Normanni piccoli e neri, segno che tra le truppe di Roberto dovevano esserci molti individui originari del posto. E non dovevano essere meno determinati dei compagni Normanni, perché ebbero la meglio sugli Svevi.

La battaglia di Civitate si concluse con la prigionia del papa Leone IX che fu però rilasciato a patto che legittimasse le loro conquiste. Per questa operazione in Puglia i Normanni avevano chiesto aiuti e denari a Gisulfo II, ma questi, che aveva tenuto sempre in odio i Normanni, ritenendoli causa dell’indebolimento del potere longobardo e, preoccupato, ne vedeva avanzare il potere, si era rifiutato e si era tenuto sempre fedele al Papa. I Normanni non dimenticarono il rifiuto.

 

Busto di Roberto il Guiscardo

Dopo Civitate Roberto si diede alla conquista della Calabria e, nel 1057, alla morte di Umfredo, si pose anche alla guida di quel feudo ereditato dal giovane e ancora troppo debole Abagelardo.

Intanto Ruggero, che prima era al seguito di Roberto, veniva alla ribalta ormai più forte e indipendente e così il fratello maggiore lo allontanò, come Drogone aveva fatto con lui, incaricandolo di proseguire la conquista della Calabria. Non mancarono le invidie tra i due fratelli che spesso si fecero vere e proprie guerre, ma guai se terzi prendevano iniziative contro l’uno o contro l’altro.

Conquistata la Calabria i due fratelli Altavilla fanno una puntata in Sicilia, dove Roberto lascia il fratello minore per correre in Puglia a fronteggiare un’invasione bizantina.

Dopo la conquiste dei Normanni, il principato di Salerno aveva perso molti domini e potere. Il Guiscardo mirava ormai ad Amalfi e Salerno. Sichelgaita, figlia di Guaimario IV, capì che l’unica speranza di salvezza era in un’alleanza con i nuovi potenti, da concretizzarsi mediante le sue nozze con Roberto, ma il fratello Gisulfo rifiutava ogni apertura verso coloro che vedeva come predoni ed invasori. Dobbiamo ricordare che i Longobardi si erano enormemente raffinati nei costumi e nella cultura. Erano ormai da oltre quattro secoli nell’Italia meridionale e ne avevano assorbito la civiltà al punto da poter essere considerati i continuatori della latinità dando, anzi, nuovi impulsi a quel mondo romano ormai in decadimento. Gisulfo, poi, era discendente di una lunga generazione di principi[1]. Quindi non voleva acconsentire alle richieste di matrimonio di Roberto ed aveva cercato in tutti i modi di dilazionare una risposta motivandola con l’impossibilità economica di quel momento di dotare adeguatamente la sorella.

Ma il Guiscardo, spazientito e sentitosi preso in giro, non volle sentir ragioni e disse che avrebbe dato lui la dote alla sposa. E fu così che a Melfi nel ‘58 si celebrarono le nozze tra il rude, gigantesco, prode e affascinante guerriero e la raffinata principessa longobarda di vari anni più giovane di lui. Tempo addietro Roberto aveva provveduto a far annullare il matrimonio con Alberada con la scusa che era un matrimonio tra consanguinei: era la prima volta che si ricorreva a tale motivazione per sciogliere un contratto matrimoniale. Ovviamente Alberada fu adeguatamente dotata e ricompensata per essersi fatta da parte.

Anna Comnena descrive Roberto:<<maestoso di volto, di statura alta, largo di spalle, perfetto di forme, di chioma e barba fulve, d’occhi vivaci e penetranti: pronto e scaltro d’ingegno, ambizioso oltre misura, maturo nei consigli, provvido nelle imprese, ardimentoso ed esperto nelle cose di guerra, rigoroso e prudente nel governo civile>>. Oltre al fatto che avesse un tono di voce simile al tuono  dice anche che firmasse con un segno di croce.

Ma Roberto parlava anche il greco e forse il segno di croce era solo un simbolo che usava per sigillare i patti.  Pare tenesse molto in conto i consigli della colta moglie longobarda. Era lei che curava i rapporti con la Chiesa ed era in relazione di grande amicizia con il vescovo di Salerno, Alfano, suo parente, e con gli abati di Cava, di Montecassino e con Ildebrando di Soana, poi Gregorio VII, antichi compagni di cenobio di Alfano.

Nel 1059 papa Nicolò II durante il concilio di Melfi riconosce come suoi fedeli vassalli Riccardo di Capua e Aversa e Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria.

Roberto il Guiscardo investito del titolo di duca da Papa Nicolò II.

 

La capitale del ducato era Melfi, mentre Ruggero, conte di Calabria, aveva posto la capitale del suo feudo a Mileto.

Nella questione tra papato e l’imperatore Enrico IV, Roberto preferì schierarsi col Papa pur essendo in precedenza venuto in contrasto con la Santa Sede per avere egli occupato i territori di Benevento. Nel frattempo aveva affidato a Ruggero il compito di portare a termine le conquiste in Sicilia.

Intanto, il fratellastro Guglielmo con le sue invasioni si era spinto in territori alle porte di Salerno. Questo preoccupava Gisulfo, ma anche il Guiscardo che aveva dato alla moglie il compito di mediare. Ma Guglielmo non intendeva ragione e non aveva voluto dare ascolto al Papa che nel 1° agosto 1067 aveva indetto un concilio proprio a Melfi nella speranza di risolvere la questione normanna. Guglielmo fu scomunicato. Ma fu fatto partecipare alle Assise che papa Alessandro II poco dopo tenne a Salerno e a cui era accorso anche il Guiscardo. Guglielmo venne a più miti consigli e fu perdonato.

 

Melfi, antica stampa.

Nel 1072 Roberto accorse a dare man forte al fratello e riuscì ad espugnare Palermo. Probabilmente lo raggiunse anche Sichelgaita e il 10 gennaio 1072 Roberto, Sichelgaita, Ruggero, seguiti dagli altri normanni e longobardi impegnati in quella spedizione, entrarono trionfalmente nella basilica di Santa Maria che i musulmani secoli prima avevano trasformato in moschea. Roberto era ora effettivamente anche Duca di Sicilia, non ancora tutta conquistata. In seguito il fratello, a sorpresa, si fece nominare dal Papa Gran Conte di Sicilia, diretto feudatario del Papa.

Roberto aveva una certa età e si presentava il problema della successione al Ducato: il primogenito era Boemondo, valoroso ed instancabile guerriero, somigliantissimo al padre e figlio di una normanna, cosa di non poco peso per i normanni più intransigenti; la seconda moglie di Roberto voleva a tutti i costi la designazione al trono del suo primogenito Ruggero detto Borsa, anche perché ciò avrebbe accontentato il partito di quei nobili ancora legati ai longobardi. Fu così che a seguito di una malattia di Roberto, che aveva fatto temere per la sua vita, anzi si era già diffusa la notizia della sua morte, Sichelgaita si era decisa a risolvere la questione in maniera definitiva: secondo Orderico Vitale, storico e compositore della Historia Ecclesiastica del XII secolo, avrebbe fatto propinare del veleno a Boemondo (Sichelgaita si intendeva di erboristeria ed altre arti mediche avendo appreso tali dottrine a Salerno). Il marito, saputolo, si precipitò da lei giurando di ucciderla se non avesse salvato Boemondo. Fu così che al giovane Boemondo in fin di vita fu somministrato l’antidoto (o gli furono dedicate cure più sollecite ed appropriate. E forse era questo di cui Roberto accusava la moglie e non di avvelenamento). Da allora, però Boemondo conservò sempre un colorito pallido.

Nel 1074 il Guiscardo aveva stipulato un’alleanza col Basileus di Bisanzio, rafforzandolo con un patto matrimoniale tra la sua giovanissima figlia Olimpia, ed il successore, ancora bambino, al trono di Bisanzio. Ed è in quel periodo che l’erede al trono del ducato di Puglia, Calabria e Sicilia risulta essere stato designato Ruggero Borsa: il padre aveva dovuto conferire la dignità di “curopalata” ad uno dei suoi figli e questi risultava essere Ruggero; e nell’Exultet della Cattedrale di Bari, dopo i nomi di Michele VII, del suo erede, il figlio Costantino, e della sua fidanzata Olimpia, erano subito nominati Roberto, Sikelgaita e Ruggero Borsa. Ma nel 1078 la destituzione di Michele sconvolse l’alleanza e Roberto attese il momento propizio per una vendetta.

Nel ’74 il Papa scomunicava Roberto per aver invaso i possedimenti della Chiesa in quel di Benevento e riconfermò la scomunica nel ’75.

I rapporti con i Drengot non erano stati propriamente idilliaci. Ma in quel periodo Riccardo Drengot era tornato dalla parte di Roberto e insieme tentavano l’assedio di Napoli. Mentre Giordano di Capua che aveva sposato Gaitelgrima, sorella di Sighelgaita e di Gisulfo, col quale aveva stretto alleanza contro Roberto.

Moneta con l’effigie del Guiscardo

Ma Roberto non era ancora contento delle sue conquiste, o forse si sarebbe accontentato di avere il principe di Salerno come alleato se Gisulfo non si fosse agitato in cerca di alleanze e accordi contro il cognato. Fu così che i timori del principe divennero realtà: nei primi di maggio del 1076 il normanno iniziò l’assedio a Salerno. Fu lungo e penoso; nonostante la popolazione fosse allo stremo, il principe non voleva cedere all’evidenza. Nel 1077 consegnò la città agli invasori rifugiandosi prima a Nocera e poi a Roma (ma prima, di nascosto aveva fatto un’altra tappa in Campania cercando alleanze presso altri nobili che però lo allontanarono per non guastare i rapporti con Roberto), dove il Papa accolse paternamente lui e la sua famiglia affidandogli incarichi di ambasciatore della Santa Sede. Infatti Gisulfo tornerà a Salerno in tale veste a seguito di Gregorio VII.

Poco tempo prima della conquista di Salerno, Amalfi, temendo le continue mire di Gisulfo, si era assoggettata al normanno Roberto.

A Salerno  i Duchi fecero erigere (costruzione iniziata nel 1077) una nuova cattedrale ed una nuova reggia, più a oriente rispetto all’antico insediamento longobardo. Diedero nuovo vigore alle industrie della città ed in particolare alla Scuola Medica, accogliendo il medico Costantino l’Africano, che in seguito Roberto elevò a proprio segretario. Il Guiscardo fece costruire anche alti monumenti nel suo ducato: la cattedrale di Aversa, di Melfi, la chiesa della SS. Trinità di Venosa.

Verso il 1078 Giordano e Gaitelgrima riuscirono a far insorgere alcuni feudatari di Puglia impegnando così il Guiscardo, Boemondo e Sighelgaita alla quale il marito, dovendosi spostare a Castellaneta, affidò il controllo militare di Trani.

Nel 1080, con la pace di Ceprano, al Normanno furono riconosciuti dal Papa Gregorio VII i suoi possedimenti nell’Italia meridionale, tranne quelli di Amalfi, Salerno, e della Marca Fermana. Motivo per cui, a differenza dei principi Longobardi, i Normanni non furono mai chiamati principi di Salerno. <<Io Gregorio, investisco te Roberto duca, di quella Terra,  che ti concessero i miei predecessori Niccolo II, Alessandro II di buona memoria; dell’altra terra poi, che tu tieni ingiustamente, come è Salerno, Amalfi e una parte della Marca Fermana, Io soffro le tue conquiste, fidando in Dio onnipotente, e nella tua rettitudine, che tu fra poco ti regolerai in quel modo  per onor di Dio e di San Pietro, che a te e a me parrà convenire, senza pericolo dell’anima tua, e mia>>[2]. Roberto giurò formalmente obbedienza alle richieste del Pontefice.

Roberto non aveva dimenticato l’affronto subito dai bizantini e con questa scusa organizzò una spedizione nei Balcani a bordo di una notevole flotta. Per la verità per giustificare la spedizione pare si servisse di un altro dei suoi ‘astuti’ espedienti: in Calabria lo aveva raggiunto un monaco bizantino che egli disse essere lo spodestato imperatore d’oriente che si era rifugiato presso di lui chiedendo aiuto contro l’usurpatore  nell’interesse proprio e del duca normanno.  Con la moglie e i figli Boemondo e Ruggero conquistò Durazzo, Corfù e Avlona. Grandi successi conseguì Boemondo e anche Sikelgaita si distinse per coraggio e intraprendenza secondo quanto racconta Anna Comnena: mentre il marito era impegnato a combattere in una zona distante, lei durante la battaglia fu colpita ad una spalla, ma vedendo che le truppe si stavano disperdendo, si strappò la freccia dalla spalla e continuò a combattere arringando i militi, riuscendo così a riguadagnare una posizione di vantaggio.

Ma il Papa a Roma, assediato dalle truppe dell’Imperatore, aveva bisogno di aiuto.

Intanto Ermanno, Abelardo ed Enrico di Conversano si erano ribellati al Duca. Roberto lasciò le operazioni militari in territorio bizantino nelle valide mani di Boemondo, e tornò in Italia.

Sconfisse le truppe imperiali sottoponendo Roma ad una feroce devastazione e portò con sé a Salerno Gregorio VII.

Un mese dopo la Cattedrale di Salerno veniva aperta al culto e consacrata proprio dal Papa.

Nell’ottobre ’84 i Duchi salernitani partirono per Brindisi nuovamente diretti alla conquista dei territori bizantini. Il 25 maggio moriva a Salerno Gregorio VII. Pochi mesi più tardi dopo la vittoria a Cefalonia, il 17 luglio moriva Roberto il Guiscardo. Fu sepolto nella cattedrale della Santissima Trinità a Venosa come molti altri suoi familiari e la prima moglie Alberada.

 

 Tomba di Roberto il Guiscardo

(Venosa, Abbazia della SS.ma Trinità, navata destra).

Anche in questo caso, secondo Orderico Vitale, Sichelgaita fu sospettata di aver avvelenato il marito. A Roberto succedette Ruggero Borsa e a Boemondo fu lasciata Taranto e pochi altri possedimenti, più quelli che fosse riuscito a conquistare[3]. Boemondo non accettò di buon grado tale posizione e tra i due fratellastri ci furono aspre contese, finché non intervenne lo zio il gran conte Ruggero.

Alla fine Boemondo (come molti nobili spodestati ed in cerca di fortuna) organizzò una spedizione in Terrasanta cui parteciparono con valore (ma nel caso delle crociate è il caso di dire anche con crudeltà e ferocia) anche il nipote Tancredi e Roberto di Buonalbergo, oltre a molti altri nobili. Alla spedizione parteciparono cavalieri campani ed un notevole gruppo di calabresi. Boemondo fu insignito del principato di Antiochia ed estese i suoi domini anche in Siria Cilicia e Armenia. Tentò anche di tornare alla conquista della Grecia, ma, dopo una disfatta a Durazzo, morì nel 1111 mentre, ferito, cercavano di riportarlo a Salerno sperando in opportune cure. Fu sepolto nella Cattedrale di Canosa. Di Boemondo parla Anna Comnena nella Alessiade. E se prima ne fa una descrizione che potremmo definire ammirata («Ora [Boemondo] era uno, per dirla in breve, di cui non s’era visto prima uguale nella terra dei Romani, fosse barbaro o Greco (perché egli, agli occhi dello spettatore, era una meraviglia, e la sua reputazione era terrorizzante). Lasciate che io descriva l’aspetto del barbaro più accuratamente: egli era tanto alto di statura che sopravanzava il più alto di quasi un cubito, sottile di vita e di fianchi, con spalle ampie, torace possente e braccia poderose. Nel complesso il fisico non era né troppo magro né troppo sovrappeso, ma perfettamente proporzionato e, si potrebbe dire, costruito conformemente ai canonici Policleto… La sua pelle in tutto il corpo era bianchissima, e in volto il bianco era temperato dal rosso. I suoi capelli erano biondastri, ma egli non li teneva sciolti fino alla vita come quelli di altri barbari, visto che l’uomo non era smodatamente vanitoso per la sua capigliatura e la tagliava corta all’altezza delle orecchie. Che la sua barba fosse rossiccia, o d’un altro colore che non saprei descrivere, il rasoio vi era passato con grande accuratezza, sì da lasciare il volto più levigato del gesso… I suoi occhi azzurri indicavano spirito elevato e dignità; e il suo naso e le narici ispiravano liberamente; il suo torace corrispondeva alle sue narici e queste narici… all’ampiezza del suo torace. Poiché attraverso le sue narici la natura aveva dato libero passaggio all’elevato spirito che gli traboccava dal cuore. Un indiscutibile fascino emanava da quest’uomo ma esso era parzialmente contrassegnato da un’aria di terribilità… Era così fatto di intelligenza e corporeità che coraggio e passione innalzavano le loro creste nel suo intimo ed entrambi lo rendevano incline alla guerra. Il suo ingegno era multiforme, scaltro e capace di trovare una via di fuga in ogni emergenza. Nella conversazione era ben informato e le risposte che dava erano fortemente inconfutabili.

Quest’uomo del tutto simile all’Imperatore per valore e carattere, era inferiore a lui solo per fortuna, eloquenza e per qualche altro dono di natura».), poi (Alessiade  [10:11]),  lo descrive irriconoscente verso le gentilezze mostrategli dall’Imperatore di Bisanzio e sospettoso oltre ogni limite. Da parte nostra possiamo dire che in un epoca ed in una corte in cui gli intrighi e gli avvelenamenti erano assai frequenti, il comportamento di Boemondo non è altro che uno specchio di quelli che erano i tempi. Di lui parla anche il cronista Romualdo che scrive: «egli sempre cercava l’impossibile». Era l’unico uomo al mondo – assicurano le fonti, e racconta Cesare Brandi – che potesse permettersi in quel tempo di radersi il volto, senza pericolo di apparire un castrato. A lui successe il figlio Boemondo II, prima sotto la reggenza della madre Costanza, figlia del re di Francia Filippo I, che invano cercò di controllare le rivolte in Puglia. Fu più volte catturata. Morì in prigionia. Ad Antiochia successe poi la figlia di Boemondo II, Costanza, e poi il di lei figlio, Boemondo III. Seguirono Boemondo IV, V, VI, e VII (+ 1287) e con lui finì il principato.

La capitale del Ducato di Puglia e Calabria fu spostata a Salerno[4]. Ruggero Borsa non aveva la stessa intraprendenza del padre e del fratellastro. Il suo regno fu segnato dall’impegno a mantenere i suoi domini. Sposò la danese Adala o Ada dalla quale ebbe il figlio Guglielmo. Ebbe alcuni contrasti con Boemondo riguardo il possesso di alcune zone della Puglia. Dopo che il primogenito del Guiscardo  aveva cercato di impadronirsi di alcune città della Puglia, ci fu uno scontro nel beneventano, da cui il fratello maggiore uscì sconfitto, ma come riferisce Romualdo salernitano, in quella battaglia nessun combattente fu ucciso, tranne uno. Intanto il ducato di Amalfi, rimasto per alcuni anni, dalla morte del Guiscardo, ufficialmente senza un duca[5], era stato in seguito assegnato (forse anche per interessamento di Sichelgaita), allo spodestato principe di Salerno Giusulfo II[6].  In seguito (morta Sichelgaita),  il duca Ruggero estese il proprio dominio su Amalfi, a scapito dello zio longobardo.   Nel 1092 chiede a papa Urbano II, che era a Salerno dopo aver consacrato la Basilica benedettina di Cava, l’investitura del Ducato di Puglia dichiarandosi suo vassallo.

In cambio di aiuti militari si sarebbe impegnato a cedere allo zio Ruggero Gran Conte di Sicilia una parte del suo ducato[7]. Ruggero morì a 50 anni, dopo oltre 25 anni di governo del ducato. Il duca Ruggero ebbe un corpo notevole, fu di nobili costumi, equilibrato (nel desiderare) la gloria, affabile, cordiale, guida delle chiese, si mostrò umile ai sacerdoti di Cristo, onorava con convinzione i chierici, riceveva tutti coloro che giungevano da lui e li congedava da sé contenti, sfamava la gente, amava la pace, era indulgente con chi sbagliava, benevolo con i suoi, pacato con gli estranei, premuroso con tutti e generoso nell’elargire moltissimi doni.[  ].. dopo la sua morte vi fu un lutto pubblico così generalizzato che tutti soffrivano come per una disgrazia personale[8].

Nello stesso anno morì della stessa malattia  Boemondo col quale Guglielmo si era nel frattempo riappacificato. La pace tra i due fratellastri è rappresentata nel portale della cappella che custodisce le spoglie di Boebondo,  adiacente la chiesa di San Sabino a Canosa.

In questo periodo l’Italia meridionale è governata da donne: Adelasia del Vasto in Sicilia per il figlio Ruggero II, Costanza nei domini pugliesi per il figlio Boemondo II, Adala, vedova di Ruggero Borsa, in Calabria, Puglia, Salerno.

 

Mausoleo di Boemondo, Canosa, Stampa su disegno di Jean Louis Desprez.

 

 

Mausoleo di Boemondo D’Altavilla – Addossato al muro esterno del braccio destro del transetto, fu eretto dopo il 1111, anno della morte di Boemondo (Cattedrale di Canosa di Puglia).

 

 

Ruggero Borsa succede, sotto la tutela della madre fino al 1114, Guglielmo il Buono: bello, buono e poco bellicoso. :<<….di statura mediocre, di corporatura gracile, ma fu un cavaliere audace, esperto nell’arte della guerra, prodigo, umile, benevolo e tollerante, affabile con tutti, pio e misericordioso, era molto amato dai suoi uomini, onorava la chiesa di Dio e i suoi ministri.>>[9]. Il periodo del suo regno fu caratterizzato dalla lotta contro le pretese di indipendenza di alcuni feudatari.

La sua investitura ebbe luogo a Messina con papa Gelasio. Secondo invece quanto ci ha tramandato Romualdo Guarna, l’investitura avvenne il 9 marzo 1118 a Gaeta. Salito al trono papale Callis

Ato II, Guglielmo ricevette il riconoscimento, da parte del nuovo Pontefice nel palazzo di Benevento, mediante l’investitura con il vessillo, di tutti i territori che i precedenti Papi avevano donato a Roberto il Guiscardo e poi a Guglielmo[10]. In quello stesso periodo risulta che il duca Guglielmo, con Costanza (moglie di Boemondo) e Tancredi, ponevano assedio a territori lungo il

 

Sarcofago romano che fu probabilmente ilsepolcro del principe Guglielmo, nipote di Roberto il Guiscardo. Il sarcofago è riccamente adornato di sculture, tra cui la caccia al cinghiale.

fiume Basento, segno che la pace tra quelle famiglie continuava.  Morì il 7 agosto 1127. Come suo padre, fu sepolto nel duomo di Salerno e si narra che quando la moglie Gaitelgrima, figlia di Roberto d’Airola (o Alife), secondo un’antica usanza normanna, si tagliò la chioma per deporla nel sarcofago con il marito, anche le altre nobildonne, afflitte per la perdita del loro buon principe, in segno di lutto tagliarono i loro capelli e li misero nel sarcofago.

Appena apprese della morte del nipote salernitano Ruggero II di Sicilia si precipitò nella capitale del Ducato accampando diritti di eredità. Dopo varie lotte con i nobili del continente, nel 1130 fu eletto Re di Calabria Puglia e Sicilia per elezione dei maggiorenti.

Nel dicembre dello stesso anno fu ufficialmente incoronato nel duomo di Palermo da Riccardo di Capua, uno dei maggiori feudatari campani. Particolare significativo giacché fu grazie al riconoscimento dei nobili e dei maggiorenti salernitani che Ruggero fu proclamato Re. Ma la situazione non era calma e pacifica. In terraferma molte furono le rivolte. E Ruggero passava metà dell’anno a guerreggiare in questi territori, facendo capo a Salerno che nel 1139 si vide riconfermata dei suoi antichi diritti e del privilegio di funzionare da capitale dei domini di terraferma (continuerà ad esserlo per oltre cento anni). Fu proprio la vicinanza del re ai nobili di questa città che favorì i buoni rapporti della ricca e potente società[11] salernitana con la monarchia. In quello stesso anno, pochi mesi prima, Napoli fu conquistata e annessa al regno. Nel 1140, dopo una delle solite campagne di pacificazione operate ogni anno sui suoi territori con l’aiuto dei figli, Ruggero convocò tutti i suoi vassalli laici ed ecclesiastici ad Ariano ove promulgò una costituzione (in cui si ravvisano tradizioni longobarde, franche e normanne, bizantine  e musulmane),  per dare un nuovo ordine allo stato. Furono stabiliti quali dovevano essere i rapporti tra Re e feudatari, fu curata l’efficienza fiscale e militare e fu programmato un controllo della gerarchia ecclesiastica. I 44  paragrafi delle Assise trattano del diritto e delle giurisdizioni ecclesiastiche, di diritto pubblico, di potere regio, di diritto privato e di diritto penale.   Alla fine con le nuove  promulgazioni si avrà un accentramento dei poteri della monarchia, la struttura burocratica del regno risulterà improntata su una gerarchia piramidale che ha per  vertice il sovrano.  In questo lavoro di ristrutturazione politica di grande portata, lo assistette l’Ammiraglio Giorgio di Antiochia, un greco di Siria, poliglotta, assai colto, proveniente dalla corte del principe zîride di Mahddiyya (Tunisia), e assunto da Ruggero intorno al 1112. Fu primo consigliere del re per circa quarant’anni.

In Campania acerrimo nemico del re  fu Rainulfo d’Alife (alcuni lo indicano come Rainulfo II, altri, forse più correttamente, come Rainulfo III), che aveva sposato Matilde, sorella di Ruggero. Tra i due cognati ci furono lotte senza esclusione di colpi; Rainulfo fu una vera spina nel fianco, un osso duro, difficile da domare. Ruggero arrivò anche a sequestrargli la moglie e il figlioletto, portandoli in Sicilia e restituendoli in seguito ad un accordo raggiunto col cognato. Ma la guerra tra i due finì solo dopo la morte del Drengot, il 30 aprile 1138.

Il nobile campano era stato sepolto a Troia, ma Ruggero, non pago della vittoria che solo il caso gli aveva dato, lo fece disseppellire e ne trascinò il cadavere, legato ad un cavallo, per la strada[12]. Le lotte continuarono tra Ruggero e Riccardo di Rupecanina, fratello di Rainulfo, e Roberto di Capua. Valoroso fu anche Andrea di Rupecanina, figlio di Riccardo. Entrambi, sconfitti da Ruggero, dovettero riparare in Germania dove Riccardo morì. Andrea tornò nel 1155 (al seguito di Federico Barbarossa sceso a Roma per farsi incoronare), sperando in aiuti del Papa Alessandro IV. Nel 1156 Roberto di Aversa perse la città che passò definitivamente nelle mani dell’Altavilla.

Finisce così anche il potere dei Drengot in Campania.

Bibliografia:

  • ·        Mito di una città meridionale; Paolo Delogu; Liguori Editore
  • ·        Salerno, profilo storico cronologico; Gallo- Troisi; Palladio
  • ·        Memorie Storico-Diplomatiche dell’antica Città e Ducato di Amalfi; Matteo Camera;     Centro di cultura e storia amalfitana
  • ·        Chronicon  di Romualdo II Guarna; a cura di Cinzia Bonetti; Avagliano Editore
  • ·        Errico Cozzo; Salerno e la ribellione contro re Guglielmo d’Altavilla nel 1160/62. Atti del convegno dell’associazione italiana dei paleografi e diplomatisti Napoli-Badia di Cava dei Tirreni  ottobre 1991
  • ·        Un santo nella tempesta- Gregorio VII dalle sue lettere; A. Sorrentino; tip. Europa, Salerno
  • ·        Sichelgaita Signora del Mezzogiorno; Michele Scozia; Alfredo Guida Editore
  • ·        Sichelgaita tra Longobardi e Normanni; Dorotea Memoli Apicella; Elea Press
  • ·        Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento; G. Volpe; Ripostes

 

Siti internet:

storiadelmondo.com; storiaonline.org; campaniafelix.it;

web.tiscali.it; areacom.it; optacon.calabria.it;

mondotre.com; enec.it; omceon.it

 

[1] Quando, nel 1067, Gisulfo si recò in Oriente in cerca di aiuti contro l’espansione dei Normanni, da Bisanzio ove s’era recato, ospite del nobile amalfitano Pantaleone, assai accreditato presso la corte, <<mandò messaggeri all’Imperatore e chiese cosa che nessun altro domandò, perché voleva che gli fosse preparato il trono e fece annunziare il suo avvento come fosse un altro imperatore>> (Amato, IV c. 37, p 208). Chiese quindi l’esonero dalla proschinesis e il diritto di parlare da pari a pari, stando seduto. L’Imperatore gli elargì doni e denaro.

[2] <<Ego Gregorius, investio te Roberte Dux…..>> Epist. Greg.VII in to. 3 Decret. Pag.825

[3] Secondo alcuni a Boemondo non  era stato lasciato alcun possedimento in Italia.

[4] Secondo E. Cozzo la capitale fu spostata a Salerno 4 anni dopo la morte del Guiscardo e la reggia fu completata da Ruggero II.

[5] Dai documenti di quel periodo non risultano né duchi normanni, né amalfitani.

[6] Secondo alcuni, Roberto aveva assegnato al primogenito di Gisulfo il feudo di Capaccio che rimase per anni in mano ai  successori  di questa famiglia.

[7] Nel 1096 avrebbe ceduto a Ruggero I metà della città di Palermo.

[8]  Dal Chronicon di Romualdo II Guarna.

[9] Ibidem.

[10] L’investitura comprendeva, quindi, anche la Sicilia. Infatti, titolari del ducato di Sicilia erano ancora i signori di Salerno Roberto il Guiscardo e poi i suoi figli, sebbene a governarla fossero i conti Ruggero I e II.

[11] Nella società cittadina oltre ai nobili era ben radicata e con una certa influenza, una classe di giudici e funzionari. Non a caso l’elezione di Ruggero viene definita di ampio consenso, perché ad essa parteciparono non solo i feudatari, ma anche le altre classi sociali di rilievo.

Alla morte di Ruggero II, venuto meno  il contatto diretto con  il re ed i privilegi dei Salernitani, si sviluppò il conflitto dei nobili con Guglielmo I.

[12] Secondo quanto scrive il Camera, fu il popolo a dissotterrare il cadavere e a portarlo per le vie della città per dimostrare di parteggiare per Ruggero II.

Copyright ©2007 Astrid Filangieri

 Anna amavo Roberto.

E Roberto amava Anna.

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BOEMONDO I

Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 11 (1969)

di Dieter Girgensohn

BOEMONDO I (Boamundus). – Figlio del duca di Puglia, Calabria e Sicilia Roberto il Guiscardo e della sua prima moglie Alberada, nacque con tutta probabilità tra il 1051 e il 1058, dato che il primo matrimonio del padre, concluso a quel che pare dopo il 1050, era già stato annullato per la consanguineità dei coniugi nel 1058. Al battesimo gli fu imposto il nome di Marco, ma il padre gli dette il soprannome di Boemondo da un leggendario “Buamundus gigas”.

Di dubbia autenticità la notizia riportata dal Breve chronicon Nortmannicum compilato a quel che pare nel sec. XVIII (pubblicato a cura di G. Guerrieri, in Archivio muratoriano, I [1905], n. 2 p. 78), secondo la quale Boemondo nel 1079 sarebbe stato cacciato da Troia dal cugino Abelgardo, ribelle al duca Roberto.

La prima testimonianza sicura della sua attività risale invece al marzo dell’anno 1081, quando l’avanguardia delle truppe del Guiscardo guidata da Boemondo iniziò la grande impresa contro l’imperatore Alessio e l’impero bizantino con la conquista di Valona sulla costa albanese e con il tentativo sull’isola di Corfù. Il 18 ott. 1081 Boemondo ebbe parte decisiva nella vittoria su Alessio riportata davanti a Durazzo sotto il comando dello stesso duca. Nell’aprile o nel maggio del 1082, quando il Guiscardo si vide costretto a rientrare in tutta fretta in Italia, a Boemondo fu conferito il supremo comando delle truppe rimaste nell’interno della Grecia. Nel corso dei mesi successivi egli si spinse fin sotto Larissa, il cui estenuante assedio doveva essere interrotto però dopo una sconfitta dei Normanni nell’aprile del 1083. Alla fine dello stesso anno o all’inizio del 1084 B. s’imbarcò a Valona per procurarsi in Italia le somme necessarie al soldo arretrato alle truppe. Rientrò in Albania da Otranto insieme col padre e coi tre fratelli nell’ottobre del 1084. Ammalatosi nel quartiere d’inverno a Vonitza, dove fra i Normanni infieriva la peste, all’inizio del 1085 poté ripassare in Italia. La morte di Roberto il Guiscardo, sopraggiunta il 17 luglio 1085, frustrò i grandiosi piani di conquista che contemplavano, a quel che pare, la corona imperiale bizantina per Boemondo.

Subito dopo la morte del Guiscardo, il figlio minore Ruggero Borsa (nato dalla seconda moglie Sichelgaita), che il padre aveva designato come erede al ducato, si fece riconoscere dall’esercito normanno stanziato sulle coste albanesi e nel settembre del 1085 poté farsi acclamare duca con l’aiuto dello zio Ruggero conte di Sicilia. Rientrato quest’ultimo nei suoi domini, B., che pur essendo il fratello maggiore era stato escluso, a quanto pare, completamente dall’eredità paterna, prese le armi contro Ruggero Borsa e con l’aiuto del principe Giordano di Capua conquistò Oria e devastò il territorio intorno a Taranto e a Otranto. Nonostante ciò si conservano alcuni diplomi del duca, emanati nel marzo e maggio 1086 e nel maggio e giugno 1087, che portano anche la firma di Boemondo. La pace conclusa dai due fratelli rivali evidentemente prima del marzo 1086 assicurò a B. il dominio della Puglia sudoccidentale da Conversano e Taranto fino a Otranto e Gallipoli, cosicché anche il potente conte Goffredo di Conversano risultò sottomesso alla sua signoria feudale. Un nuovo conflitto militare con il duca e il conte Ruggero, che deve essere cominciato nell’autunno del 1087 ed ebbe a suo teatro principale la Calabria, si concluse nella prima metà dell’anno 1089 e confermò a B. il possesso di Maida e Cosenza. Ancora nello stesso anno egli poté però scambiare Cosenza con Bari e così arrotondare opportunamente i suoi domini pugliesi; come signore di Bari, cioè, della più importante città del SudEst, si presentò già alla metà di settembre del 1089 al concilio celebrato da papa Urbano II a Melfi. In seguito si trasferì a Bari insieme con Ruggero Borsa accompagnando il pontefice.

Tra i fratelli si inaugurava ora un periodo di accordo. Nel luglio del 1090 essi emanarono un privilegio a favore dell’abbazia di Banzi (cfr. H. W. Klewitz, Studien…, in Quellen und Forsch. aus italien. Arch. und Bibliotheken, XXV [1933-34], p. 126 n. 3), un anno più tardi assediarono insieme con lo zio Ruggero di Sicilia la ribelle città di Cosenza e la presero. Per contro B. dovette subire nello stesso anno una sconfitta presso la città di Oria ribellatasi anch’essa. Il 20 nov. 1092 è attestata la sua presenza ad Anglona in compagnia di Urbano II. In seguito a dicerie sulla presunta morte del duca Ruggero, egli occupò alla fine del 1093 i suoi castelli calabresi. Alla notizia poi della guarigione del fratello, si affrettò a raggiungerlo a Melfi per restituirgli i castelli, e più tardi lo aiutava – di nuovo insieme con Ruggero di Sicilia – a prendere Rossano, tenuta da Guglielmo di Grantmesnil. La sua assenza dalla Puglia all’inizio dell’anno seguente si può forse dedurre dalla circostanza che sono conservati tre documenti del gennaio e febbraio 1094 di un catapano incaricato da B. di amministrare i suoi possedimenti in Bari (Cod. dipl. barese, V, pp. 35-40 nn. 1820). Ancora insieme coi due Ruggeri intraprese l’assedio di Amalfi, che secondo la testimonianza degli Annales Cavenses non cominciò prima dell’inizio del giugno del 1096. Nel corso di tale assedio B., evidentemente impressionato dal passaggio di alcuni crociati, annunziò drammaticamente la sua decisione di partecipare alla crociata.

I motivi della decisione vanno individuati anzitutto nella circostanza che l’Italia meridionale non offriva spazio sufficiente alla sua energia e al suo talento. Accanto al momento religioso fu essenzialmente la spinta alle conquiste e alla creazione di una più alta potenza che lo condusse in Terra Santa. In connessione probabilmente con i preparativi della partenza sta la nomina nell’agosto del 1096 di “Guidelmus Flammengus” a catapano di Bari.

Pare che B. si imbarcasse alla fine di ottobre; il 1º novembre risulta già presente a Valona. Nel corso della marcia verso Costantinopoli il 2 apr. 1097 si staccò dalle sue truppe per iniziare le trattative con l’imperatore al più presto possibile. Arrivato nella capitale bizantina, verso il 10 apr. fu ricevuto da Alessio I. Come gli altri capi dell’esercito crociato B. prestò all’imperatore un giuramento di fedeltà; invano gli chiese il conferimento del titolo di gran domestico dell’Oriente, cioè di supremo comandante di tutte le truppe imperiali in Asia, per potersi preporre in tal modo all’armata dei crociati. Ma anche senza una tale legittimazione egli, durante il soggiorno a Costantinopoli, fu considerato uno dei più eminenti fra i condottieri occidentali. Quando le sue truppe sotto la guida di suo nipote Tancredi (figlio di Odone il Buono Marchese) arrivarono il 26 aprile nella capitale e attraversarono il Bosforo, B. restò ancora a Costantinopoli per trattare con l’imperatore, col quale mantenne i migliori rapporti, dell’approvvigionamento dell’esercito crociato.

Alla metà di maggio del 1097 B. si riunì con le sue truppe, le quali, come parte dell’armata crociata che si andava raccogliendo, il 14 maggio iniziarono l’assedio di Nicea. Dopo la conquista di questa città avvenuta il 19 giugno, B. marciò alla testa dell’esercito crociato attraverso l’Asia Minore. Raccoltisi di nuovo i singoli distaccamenti, il 29 giugno fu decisa la divisione dell’esercito in due parti; a B. toccò il comando della prima, che doveva precedere la seconda di un giorno di marcia. Già la sera successiva le avanguardie entrarono in contatto presso Dorylaeum (nei dintorni dell’odierna Eskişehir) con i Turchi; la mattina del 1º luglio si venne alla battaglia che poté essere decisa solo verso mezzogiorno con l’intervento della seconda metà dell’esercito crociato accorsa in tutta fretta.

Dopo mesi di marcia i primi distaccamenti sotto il comando di B. arrivarono il 20 ottobre ad Antiochia. Nel corso del lungo assedio B. sembra avere avuto di fatto la posizione di supremo comandante, sebbene a questa funzione fosse stato eletto Stefano di Blois. Fu B. che alla metà di novembre prese la piazzaforte, strategicamente assai importante, di Harenc nei dintorni di Antiochia. Sotto il suo comando i Normanni riuscirono a sbaragliare un esercito turco, accorso in aiuto degli assediati, nel quale essi s’imbatterono per caso mentre si occupavano del vettovagliamento. E, secondo un piano da lui predisposto, il 9 febbr. 1098 i Franchi poterono battere altre truppe accorse in aiuto sotto il comando dell’emiro Ridwân di Aleppo.

Quando alla fine di maggio l’avvicinarsi di un potente esercito turco guidato dall’emiro Karbuqâ di Mossul sembrò rendere disperata la situazione dei crociati, B. trovò la soluzione con uno stratagemma: il tradimento del Fîrûz (a quel che pare un armeno passato all’Islam) permise ai crociati di entrare il 3 giugno prima dell’alba nella città che saccheggiarono crudelmente lo stesso giorno. La circostanza che l’aiuto dell’imperatore Alessio non arrivava durante l’assedio indusse la maggior parte dei capitani occidentali già prima dell’attacco decisivo ad accogliere la proposta di B., secondo la quale la città di Antiochia doveva toccare a colui che per primo vi fosse entrato. Ciò riuscì a B., ma la sua signoria fu in un primo tempo tutt’altro che sicura, dato che all’interno della città la cittadella restava ancora in mano turca, mentre già dal 5 giugno all’esterno Karbuqâ iniziava un duro assedio. B. appare ora come il capo della difesa: sotto la sua guida il 28 giugno avvenne la sortita decisiva, nel corso della quale l’esercito degli assedianti venne sbaragliato; la cittadella lo stesso giorno si arrese.

Conforme agli accordi presi in precedenza, i crociati invitarono l’imperatore Alessio a prendere possesso di persona di Antiochia e a prendere parte alla marcia su Gerusalemme. Nonostante ciò B., già alla metà di luglio, si comportava di fatto come signore della città, concedendo ai Genovesi una chiesa e una strada e ottenendone in contropartita – a quel che pare nello stesso tempo – la promessa di assisterlo contro tutti gli eventuali aggressori di Antiochia; solo contro il conte Raimondo di Saint-Gilles, il più accanito concorrente di B., erano dispensati dal prendere partito.

B. e Raimondo allora erano riconosciuti per i sommi capi della crociata. I loro nomi figurano prima di quelli di Goffredo di Buglione duca di Lorena e di altri tre conti nella lettera dell’11 sett. 1098 con cui comunicarono a Urbano II la gloriosa presa di Antiochia, il rinvenimento miracoloso avvenutovi della lancia di s. Longino e la vittoria riportata sull’esercito ausiliare turco, chiedendo al papa – dopo la morte del legato pontificio Ademaro del Puy – di mettersi personalmente alla testa della santa impresa.

All’inizio del novembre 1098, nel corso di una riunione dei capi crociati, si venne dopo lunghe trattative a un compromesso provvisorio relativamente al possesso di Antiochia. B. giurò di non ostacolare con le sue ambizioni personali il proseguimento della crociata, mentre le truppe di Raimondo continuarono a occupare una parte della città. Si arrivò tuttavia a una aperta lite, quando B. e Raimondo conquistarono insieme, l’11 dicembre, Ma’arrat al-Nu’mân. Un mese più tardi, dopo una altra riunione dei capitani a Rugia, dove si trattò ancora una volta la questione del possesso di Antiochia, B. restò indietro nella Siria settentrionale, mentre Raimondo, alla testa di gran parte dell’esercito crociato e in qualità di suo capo incontrastato, si mise in marcia alla volta di Gerusalemme. Dopo avere accompagnato un secondo distaccamento di crociati a Laodicea (Lâdhikîy), B. ora poté cacciare da Antiochia le truppe provenzali rimastevi e conseguire così l’incontestata signoria della città.

Con ciò erano poste le premesse per la costituzione del principato di Antiochia. I confini di questo territorio non erano ben determinati; esso si componeva di alcune parti della Siria settentrionale e della Cilicia. La popolazione del prospero paese era costituita prevalentemente da Greci, Siriani e Armeni di fede cristiana.

Facendo riferimento al giuramento di fedeltà prestato a Costantinopoli a suo tempo l’imperatore Alessio cercò presto di acquistare mediante trattative l’alta sovranità su Antiochia. Appena questi tentativi si rivelarono inutili, truppe bizantine attaccarono il dominio di B., ma senza successo visto che la popolazione armena si mantenne fedele ai Normanni. B. invece, nel suo sforzo di impadronirsi del porto di Laodicea caduto in potere dei Bizantini, trovò l’appoggio di una flotta pisana sopraggiunta nella tarda estate del 1099 sotto il comando del legato pontificio arcivescovo Daiberto di Pisa. Tuttavia nel settembre il conte Raimondo di Saint-Gilles, accorso da Gerusalemme, ottenne il ritiro della flotta, e in conseguenza B. fu costretto a sospendere l’assedio.

Nel suo dominio istituì arcivescovi e vescovi latini che furono consacrati a Gerusalemme alla fine del 1099. Nella stessa Antiochia, invece, dopo la conquista vennero confermati i diritti del patriarca greco, ma già nel 1100 B. lo cacciò sostituendolo con un latino.

Per sciogliere il suo voto di crociato, egli all’inizio di novembre del 1099, insieme con l’arcivescovo Daiberto e il conte Baldovino di Edessa, uscì da Antiochia e si mise in viaggio per Gerusalemme, dove i pellegrini arrivarono il 21 dicembre. Festeggiarono la vigilia a Betlemme e il Natale a Gerusalemme. Dopo la fine delle cerimonie religiose, a quel che pare già lo stesso 25 dicembre, Daiberto fu eletto patriarca di Gerusalemme cosicché poté investire B. e Goffredo di Buglione rispettivamente dei territori di Antiochia e Gerusalemme. Quando B. abbia assunto il titolo di principe di Antiochia non è possibile accertare; con tutta probabilità dovette avvenire in occasione della sua investitura, al più presto all’inizio del 1099.

Il primo dell’anno 1100 i pellegrini si trasferirono a Gerico, il 5 gennaio B. e Baldovino si separarono da Daiberto e Goffredo per tornare al Nord. Dopo il rientro in Antiochia B. si preoccupò nella prima metà dell’anno 1100 con successo di estendere il suo dominio verso Est a spese del debole emiro di Aleppo. All’inizio di agosto egli marciò con un piccolo contingente verso il Nord, per soccorrere, su preghiera del principe armeno Gabriele di Melitene (Malatya), la città minacciata dall’emiro dei Dânishmendîya, Melik Ghâzî Gümüshtegîn di Sebaste (Sîwâs). Insieme con Riccardo, figlio del conte Guglielmo del Principato, cadde però in una imboscata e fu preso prigioniero dai Turchi.

Quando Baldovino di Edessa, chiamato in tutta fretta, arrivò con le sue truppe, l’emiro sospese l’assedio di Melitene e si ritirò lontano verso il Nord. B. fu tenuto prigioniero a Neocesarea (Nîksâr). Il suo principato accettò la reggenza del nipote di B., Tancredi principe di Galilea, il quale dovette giurare lealtà allo zio, prima di poter entrare in Antiochia. I possedimenti pugliesi di B. sembra fossero usurpati in quel periodo dal fratello Ruggero Borsa; è conservato un documento del 1101-02, nel quale un catapano afferma di essere stato incaricato dell’amministrazione delle città di Bari e Giovinazzo dal duca Ruggero Borsa (Cod. dipl. barese, V, p. 60 n. 35).

Dopo due anni e mezzo di prigionia B. nella primavera del 1103 fu liberato a Melitene contro il pagamento di un alto riscatto. L’anno successivo gli riuscirono fortunate imprese verso l’Oriente contro Ridwân di Aleppo e contro i Greci in Cilicia, ma poi la fortuna gli fu avversa. Nel maggio del 1104 si rivolse contro l’esercito dei principi Sukmân di Mârdîn e Jekermis di Mossul, che si dirigeva minacciosamente contro il conte Baldovino II di Edessa. I Franchi furono sconfitti presso Harrân, Baldovino cadde prigioniero, mentre le truppe di B. poterono evacuare il campo di battaglia quasi illese. Nel giugno riuscì però a Ridwân di Aleppo di penetrare nel principato di Antiochia, e nell’estate un’armata dell’imperatore Alessio riconquistò le città della Cilicia orientale, mentre quasi contemporaneamente una flotta greca occupava gran parte della città portuale di Laodicea, conquistata verso il 1102 dopo un lungo assedio da Tancredi. La situazione del principato cominciò a diventare critica, cosicché B., in un consiglio militare tenuto ad Antiochia nel settembre, decise di veleggiare personalmente verso l’Europa per andare a prendere rinforzi. Nel tardo autunno salpò dalle foci dell’Oronte, mentre Tancredi restò come luogotenente di Antiochia e di Edessa. B. non doveva rivedere più il suo principato.

Nel gennaio del 1105 sbarcò a Bari, dove nello stesso anno si ha notizia di un catapano insediato da lui (Cod. dipl. barese, V, pp. 75-79 n. 43), e fino al settembre soggiornò nei suoi possedimenti dell’Italia meridionale, per costruire una flotta per il trasporto delle truppe che doveva raccogliere. Sulla via del Nord s’incontrò a Roma con Pasquale II e ottenne da lui l’appoggio per un’altra crociata. Non sappiamo se fin d’allora l’obiettivo di questa era l’impero bizantino e se il consenso del papa si riferiva anche a tale meta. Il viaggio successivo in Francia, dove B. arrivò alla fine di febbraio o all’inizio di marzo del 1106, in compagnia del legato pontificio Brunone di Segni, servì a parecchi scopi: in primo luogo B. sciolse un voto fatto durante la sua prigionia, facendo un pellegrinaggio a St-Léonard-de-Noblat presso Limoges. Quindi condusse trattative con il re Filippo I di Francia per il suo matrimonio. Mentre il seguito restava a Chartres, B. raggiunse le Fiandre e la Normandia, avendo l’intenzione, a quel che pare, di incontrarsi con il re Enrico I d’Inghilterra – che, però, non arrivò in tempo -, e nella seconda metà di aprile si consigliò a Rouen con gli arcivescovi Anselmo di Canterbury e Guglielmo di Rouen. Dopo Pasqua (25 marzo), in aprile o in maggio, sposò a Chartres Costanza, figlia del re Filippo, il cui matrimonio con il conte Ugo di Troyes era stato annullato per consanguineità. Dopo la cerimonia B. tenne un discorso, nel corso del quale riferì delle sue imprese ed esperienze in Grecia e in Asia, e invitò tutti gli uomini in grado di portare le armi a seguirlo nella progettata crociata contro l’imperatore Alessio, che definì pagano e nemico della cristianità. Durante il viaggio successivo attraverso la Francia – la sua presenza è attestata ad Angers, a Bourges e, il 26 maggio, al sinodo di Poitiers – proseguì l’attività propagandistica antibizantina. Insieme con la sposa rientrò, passando per Tolosa e Genova, in Puglia, dove arrivò nell’agosto.

Nell’anno successivo B. rimase nei suoi possedimenti dell’Italia meridionale, anzitutto a Brindisi, dove si armava la flotta per la spedizione. Restò in Puglia ancora fino all’ottobre del 1107, tuttavia già nel mese di luglio – come anche un’altra volta nel maggio e giugno del 1108 – si ha notizia di un catapano di Bari e Giovinazzo insediato da lui (Cod. dipl. barese, V, pp. 87-88, 93-95 n. 47, 51-52; Il chartularium del monastero di S. Benedetto di Conversano, a cura di D. Morea, Montecassino 1892, pp. 140-142 n. 63). Dopo aver ascoltato la messa in S. Nicola di Bari ed essersi imbarcato a Brindisi, veleggiò tra il 9 e il 10 ottobre verso la costa albanese. Con le truppe raccolte sbarcò a Valona e il 13 ottobre l’esercito si presentò davanti a Durazzo. L’assedio di questa importante città portuale, sita all’imbocco della via Egnazia che portava a Salonicco e Costantinopoli, non fece alcun progresso neanche quando B., nella primavera del 1108, seguendo l’esempio di suo padre (1081), fece bruciare le navi per togliere alle sue truppe ogni possibilità di ritorno. L’esercito greco, sotto il comando personale dell’imperatore, tenne sotto controllo i passi montani e riuscì a difenderli validamente contro gli attacchi dei Normanni, mentre la flotta imperiale sostenuta dai Veneziani tagliò i collegamenti con l’Italia. B. fu costretto dalla minaccia della fame e dagli insuccessi militari a intavolare trattative di pace, che nel settembre del 1108 portarono ad un accordo con Alessio. In virtù di esso B. diveniva vassallo dell’imperatore, dal quale dovette ricevere l’investitura del principato di Antiochia diminuito di una gran parte del suo territorio, sebbene arrotondato da altri possedimenti. Nell’ottobre (non già nel settembre) riprese il mare diretto in Puglia.

La sfortunata campagna contro l’imperatore aveva fatto fallire i piani grandiosi di B.: pare che egli sognasse di un potente dominio euro-asiatico, che si doveva estendere dalla Puglia, nell’Occidente, fin oltre la Siria nell’Oriente e doveva includere l’impero bizantino. Per un tale progetto evidentemente voleva sfruttare la cosiddetta crociata degli anni 1107-1108.

Dei suoi ultimi anni di vita non si ha quasi alcuna notizia; tuttavia da Guglielmo di Tiro sappiamo che B. stava armando una flotta per una nuova spedizione, quando il 7 marzo 1111 lo coglieva la morte. Fu seppellito nella cattedrale di S. Sabino a Canosa. La straordinaria cappella tombale costruita nel lato sud della chiesa è caratterizzata da influenze stilistiche arabe e greche.

“Buiamundus pene totum orbem fama suae replevit industriae”: così Ugo da Fleury esprimeva l’opinione dei contemporanei, che trova riscontro in varie altre cronache e annali, e ancora due generazioni dopo Riccardo di Cluny lo celebrava: “magnum ob suae probitatis meritum dedit posteris documentum”. B. riuniva in sé le doti di un capace diplomatico e di un condottiero abile, anche se talvolta procedeva con eccessiva spavalderia. La sua eccessiva ambizione, tuttavia, dopo i successi ottenuti nel corso della prima crociata, che gli valsero una posizione eminente come pochi altri riuscirono a conquistare, e dopo l’acquisto e il consolidamento dei suoi domini nell’Italia meridionale e in Siria, portò la sua ultima impresa al pieno fallimento, cosicché dovette concludere la sua vita quasi inosservato. Oltre alle rivendicazioni sul principato di Antiochia, ove Tancredi governava come reggente, egli lasciò alla vedova Costanza e al figlio Boemondo II – il figlio maggiore Giovanni morì ancor bambino – i possedimenti dell’Italia meridionale, comprendenti i territori di quelle che furono più tardi le province di Terra d’Otranto e di Basilicata, e in più Bari e Brindisi. Il titolo di principe di Taranto compare solo sotto Ruggiero II, all’incirca a partire dal 1132; con tutta probabilità fu creato nel ricordo della dignità dell’uomo che aveva riunito per primo nelle sue mani i singoli territori di quello che poi divenne il principato di Taranto. In un documento del 1153 B. è ricordato come “Antiocenus et Tarentinus princeps” (Cod. dipl. barese, II, p. 222), i cronisti lo qualificano erroneamente “dux Apuliae” oppure “princeps Tarentinus”. B. stesso, indicato più volte dal figlio come “magnus Boamundus”, si intitolava fino al 1098 solo “Roberti ducis filius”, più tardi abitualmente “Antiocenus princeps”.

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Per la tomba di B. vedi A. Venturi, Storia dell’arte italiana, II, Milano 1902, pp. 552, 556-562; E. Bertaux, L’art dans l’Italie méridionale, I, Paris 1904, pp. 312-316; A. Petrucci, Cattedrali di Puglia, Roma 1960, pp. 76-77, tavv. 75-78.

 

ANNALI MUSULMANI dal 974 al 1099

 

Philip of Milly

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Coat of Arms of Philip of Milly

Philip of Milly (c. 1120 – April 3, 1171), also known as Philip of Nablus, was a Baron in the Kingdom of Jerusalem and the 7.th Grand Master of the Knights Templar. He briefly employed the troubadour Peire Bremon lo Tort in the Holy Land.

Lord of Nablus

Philip was the son of Guy of Milly, a knight, probably from Normandy, who participated in the First Crusade, and his wife Stephanie of Flanders.
Guy and Stephanie had three sons, all born in the Holy Land, of whom Philip was probably the oldest.
He was first mentioned as Guy’s son in 1138, and must have become lord of Nablus sometime between that date and 1144, when his name appears with that title. By this time he had also married his wife Isabella.

Isabelle Milly (nata Jourdain, o Outre-Jourdain), 1125-1166
Isabelle Milly (nata Jourdain) nacque nel Prima del 1125, da Maurice Lord of Outre-Jourdain (o Oultrejordain). Sposò Philippe de Milly intorno il 1140, all’età di 15 anni.
3 sons: Rainier (who predeceased Philip), and two daughters, Helena and Stephanie (Etiennette) Toron, nata Milly.

Isabelle morì intorno il 1166, all’età di 41 anni.

Reign of Queen Melisende

As lord of Nablus, Philip became one of the most influential barons in the Kingdom of Jerusalem.
In the 1144, Queen Melisende sent him to relieve the siege of Edessa, but he arrived after the city had already fallen. In 1148, upon the arrival of the Second Crusade, Philip participated in the council held at Acre, where he and the other native barons were overruled and the ill-fated decision to attack on Damascus was made.

Along with the powerful Ibelin family, into which his half-sister Helvis had married, Philip was a supporter of Melisende during her conflict with her son Baldwin III. In the division of the kingdom in 1151, Melisende gained control of the southern part of the kingdom, including Nablus. Despite this arrangement, Philip seems to have been completely loyal to Baldwin, participating in the king’s capture of Ascalon in 1153 and the relief of Banyas in 1157. After the victory at Banias, Philip and his troops returned home, and were not present at Nur ad-Din’s subsequent ambush of Baldwin at Jacob’s Ford.

Lord of Oultrejordain

In July 1161, as Melisende lay dying, Philip exchanged the lordship of Nablus with Baldwin III in order to become lord of Oultrejordain. This allowed Baldwin to regain control of the southern half of the kingdom while his mother was in no condition to oppose him, but he was probably also aiming to strengthen Oultrejordain with a powerful and loyal baron. Baldwin died in 1163 and was succeeded by his brother Amalric, who was a friend of Philip and a fellow supporter of Melisende during the earlier struggle in 1151.

Philip joined Amalric’s invasion of Egypt in 1167. The Ibelin family later recalled an event during the siege of Bilbeis, in which Philip saved the life of Hugh of Ibelin, who had broken his leg when his horse fell in a ditch.

The Templars as a whole refused to support Amalric’s invasion, and the king blamed them for the failure of the expedition. After the death of their Grand Master Bertrand de Blanchefort in January 1169, Amalric pressured them to elect Philip in his place in August of that year.
With the election of Philip, Amalric regained Templar support for the invasion of Egypt, although by the end of the year Amalric was forced to retreat.

For unknown reasons he resigned as Grand Master in 1171, and was succeeded by Odo de St Amand. Philip accompanied Amalric to Constantinople as ambassador to the Byzantine Empire in order to restore good relations with them after the failure of the Egyptian invasion.

Life

Philip’s personal life is largely a mystery. William of Tyre describes him as one of the “brave men, valiant in arms and trained from their earliest years in the art of war” who accompanied Amalric to Egypt.

Sometime after he became lord of Oultrejordain, he made a pilgrimage the monastery of Saint Catherine’s Monastery on Mount Sinai.
Isabella died probably in 1166, which may have led to Philip’s decision to take vows as a brother of the Knights Templar.

He probably died on April 3, 1171, before reaching Constantinople.

His lands were inherited by his elder daughter, Helena, wife of Walter III of Brisebarre, lord of Beirut, and after Walter’s death, by Stephanie and her husbands.

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Montfort Castle

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 Monftfort castle at sunrise

 Montfort castle

Montfort (Hebrew: מבצר מונפור‎, Mivtzar Monfor) is a ruined crusader castle in the Upper Galilee region in northern Israel, about 22 miles (35 km) northeast of the city of Haifa and 10 miles (16 km) south of the border with Lebanon.

The site is now a national park inside the Nahal Kziv nature reserve, and is an important tourist destination attracting many visitors from inside and outside Israel.

History

The Montfort is an archaeological site of the Middle Ages, consisting of the ruins of a fortress built by Crusaders during the times of the Kingdom of Jerusalem. The fortress is built on a narrow and steep cliff above the southern bank of Nahal Kziv in the Upper Galilee region, about 8 mi (13 km) northeast of the city of Nahariya. Unlike many other crusader fortresses in the Holy Land, this fortress had not been originally built for military purposes but begun its way as an agricultural farm, prior to its becoming one of the finest examples of fortified building architecture in Outremer.

Soon after the Crusaders conquered the Holy Land from the Muslims in 1099 during the First Crusade, European settlers (apart from the Crusaders themselves) began to populate the land. The noble French De Milly family received the estate and began to cultivate the land, turning it into a farming estate. In 1187 Muslims under the leadership of Saladin managed to defeat the Crusaders and take over Jerusalem following the Battle of Hattin. Along with Jerusalem, the property which was to be the Montfort castle became a Muslim possession as well. The Muslims, just like their Crusader predecessors, did not find the property particularly significant. The farmland lacked strategic importance because it was situated inland, above a stream channel, far away from any borders or main means of transportation.

Saladin’s victory triggered the Third Crusade between 1189 and 1192. Led by King Richard I of England, the Third Crusade ended with a substantial Crusader victory. Nonetheless, the territories of the Kingdom of Jerusalem were much smaller in size than those from before Saladin’s conquests. Most of the central Judea and Samaria mountains (including Jerusalem) remained under Muslim control, and the crusaders ruled mainly in the coastal plain and the Galilee. As the crusaders set their new capital in Acre, the significance of the Montfort estate increased, due to the proximity of the property to the new capital (8 mi). Although the De Milly family received the territory after its recapture during the Third Crusade, they sold it to the Teutonic Knights in 1220. The German knights began to renovate the buildings of the estate and, following internal conflicts between themselves and the Knights Templar and Knights Hospitaller, it was imperative for the Teutonic Knights to leave Acre for a separate headquarters, and the property (on which the Montfort was soon to be built) was a natural choice.

Following a formal request of assistance by Grand Master Hermann von Salza to Pope Gregory IX, the latter sent numerous fiscal contributions by many pilgrims and European citizens, to aid in the renovation of the new property. With the help of these contributions, the Teutonic Knights fortified the property and turned it into a magnificent fortress. The knights set their headquarters, archive, and treasury at the new property in 1229. By that time the property ceased being simply a farming estate and was considered a fortress with all its implications. The Teutonic Knights expanded the fortifications and built a keep in the center; the keep is now the main remnant of the ruined fortress.

The Mamluk leader Baibars besieged the fortress in 1266. However, the defenders of the fortress resisted and eventually compelled the Mamluk invaders to leave. Five years later, however, after most of the Crusader strongholds had fallen into Baibars’ hands, the Mamluk leader returned to the fortress and managed to topple the fortress’ external southern wall using several military engineering battalions. This operation facilitated the Mamluks’ stay in the area and after seven days of siege, the Teutonic Knights inside the fort surrendered. Due to prior negotiations between Baibars and the Crusaders, the latter were allowed to leave the fortress with all of their belongings and return to Acre. After the fall of that city in 1291, the Teutonic Knights made Venice their headquarters.

Architecture[edit]

Montfort is a spur castle on a narrow ridge projecting from a larger hill. The defences are concentrated at the most vulnerable eastern side where the spur joins the hill. On that side there are two ditches in front of a large D-shaped tower. The entrance to the castle is on the opposite side, with a smaller entrance tower guarding it. As the top of the spur is quite narrow, the main residential buildings are arranged in sequence between these two towers along the top of the ridge, with the vaulted hall being the most notable one. On the northern side, there are remnants of an outer defensive wall.

Excavations[edit]

Archaeological excavations at Montfort occurred in 1926 in an expedition organised by Bashford Dean, curator of the Arms and Armour Department of the Metropolitan Museum of Art in New York.[1] William L. Calver was chosen by Dean to head the excavation.

A four-week season of excavations was conducted in the summer of 2011, organised by Professor Adrian Boas from theUniversity of Haifa and supported by the Society for the Study of the Crusades and the Latin East. Excavations have continued every summer since then and most recently in August 2015, this time aided by students from Royal Holloway, University of London.

References[edit]

  1. Jump up^ Boas, Adrian. “Montfort Castle Project: Excavations”. Montfort Castle Project. Retrieved 21 April 2015.

Further reading[edit]

  • Biller, Thomas / Burger, Daniel / Radt,Timm: Montfort und der frühe Burgenbau des Deutschen Ordens.Herausgegeben von Thomas Biller (Forschungen zu Burgen und Schlössern, Sonderband 5), Michael Imhof Verlag, Petersberg 2015, ISBN 978-3-7319-0015-3.

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Arsuf Castle

In 1101, Arsuf fell to a Crusader army led by Baldwin I of Jerusalem. The Crusaders, who called it Arsur, rebuilt the city’s walls and created theLordship of Arsur in the Kingdom of Jerusalem. In 1187 Arsuf was captured by the Muslims, but fell again to the Crusaders on September 7, 1191 after abattle between Richard I of England and Saladin.

John of Ibelin, Lord of Beirut (1177—1236) became Lord of Arsuf in 1207 when he married Melisende of Arsuf (born c.1170). Their son John of Arsuf (c.1211—1258) inherited the title. The title then passed to John of Arsuf’s eldest sonBalian of Arsuf (1239—1277). He built new walls, the big fortress and new harbor (1241). From 1261, the city was ruled by the Knights Hospitaller.

In 1265, sultan Baibars, ruler of the Mamluks, captured Arsur, after 40 days of siege.The Mamluks razed the city walls and the fortress to their foundations, fearing a return of the Crusaders.

Lod, dal medioevo giace su una strada arteria principale della Palestina. Conserva un tesoro medioevale … Il Ponte di Baibars, in piedi dopo 7 secoli, e sul quale transitano ancora oggi auto e camion.

E mette in comunicazione Egitto al Medio Oriente. Il sistema Barid, consegna postale.

Prima il mondo islamico era diviso e discorde.

1268, l’Esercito mamelucco arriva ad Antiochia, la prima grande conquista dei cristiani 200 anni prima.

La città cade nel giro di un giorno.

Fa trucidare decine di migliaia di uomini donne e bambini

Agri 1291 – La vittoria finale è dell’ Islam.

Malvagi, brutali e spesso selvaggi, i crociati non lasciano nulla del loro passaggio in Terra Santa.

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Peire Bremon lo Tort o Bremonz lo Tortz (… – …) è stato un trovatore (fl. 1177) proveniente dal Viennese. Del suo intero corpus poetico, caratterizzato dal franco-provenzalismo, sopravvivono solo due componimenti, entrambi canzoni d’amore.

La prima poesia di Peire, Mei oill an gran manentia, venne scritta allorché il trovatore si preparava a partire dalla Siria, dove allora si trovava, laddove lascia la domna (signora) amata, elogiata nella sua poesia En abril, quant vei verdejar dopo l’arrivo in Occidente, dedicata, tuttavia, non propriamente alla sua donna, ma a Guglielmo Spada Lunga, vale a dire, Guglielmo del Monferrato, Conte di Giaffa e Ascalona. La poesia, infatti, rappresenta la prima menzione di Guglielmo tramite il suo adesso famoso soprannome, “Spadalunga”. La data della poesia può essere ricavata dalle date conosciute di quando Guglielmo si trovava in Terrasanta: ottobre 1176–luglio 1177.

Chanzos, tu.t n’iras outra mar,
e, per Deu, vai a midons dir
qu’en gran dolor et en cossir
me fai la nuoit e.l jorn estar.
di.m a’n Guilhelm Longa-Espia,
bona chanzos, qu’el li.t dia
e que i an per lieis confortar.

Peire dichiara nella sua seconda tornada di averla scritta mentre era al servizio di Filippo di Monreale, Fillippo di Milly.

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William of Tyre

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This article is about the 12th-century Levantine historian. For the 13th-century Cypriot historian, see Templar of Tyre.
William of Tyre
A miniature painting from a medieval manuscript, showing a man sitting at a desk writing a book.

William of Tyre writing his history, from a 13th-century Old French translation, Bibliothèque Nationale, Paris, MS 2631, f.1r
Born 1130
Jerusalem
Died 29 September 1186
Tyre
Occupation Archbishop, chancellor
Known for Medieval chronicler
Predecessor Frederick de la Roche
Successor Joscius, Archbishop of Tyre
Religion Roman Catholicism

William of Tyre (Willelmus Tyrensis; c. 1130 – 29 September 1186) was a medieval prelate and chronicler. As archbishop of Tyre, he is sometimes known as William II to distinguish him from a predecessor, William of Malines. He grew up in Jerusalem at the height of the Kingdom of Jerusalem, which had been established in 1099 after the First Crusade, and he spent twenty years studying the liberal arts and canon law in the universities of Europe.

Following William’s return to Jerusalem in 1165, King Amalric made him an ambassador to the Byzantine Empire. William became tutor to the king’s son, the future King Baldwin IV, whom William discovered to be a leper. After Amalric’s death, William became chancellor and archbishop of Tyre, two of the highest offices in the kingdom, and in 1179 William led the eastern delegation to the Third Council of the Lateran. As he was involved in the dynastic struggle that developed during Baldwin IV’s reign, his importance waned when a rival faction gained control of royal affairs. He was passed over for the prestigious Patriarchate of Jerusalem, and died in obscurity, probably in 1186.

William wrote an account of the Lateran Council and a history of the Islamic states from the time of Muhammad. Neither work survives. He is famous today as the author of a history of the Kingdom of Jerusalem. William composed his chronicle in excellent Latin for his time, with numerous quotations from classical literature. The chronicle is sometimes given the title Historia rerum in partibus transmarinis gestarum (“History of Deeds Done Beyond the Sea”) or Historia Ierosolimitana (“History of Jerusalem”), or the Historia for short. It was translated into French soon after his death, and thereafter into numerous other languages. Because it is the only source for the history of twelfth-century Jerusalem written by a native, historians have often assumed that William’s statements could be taken at face value. However, more recent historians have shown that William’s involvement in the kingdom’s political disputes resulted in detectable biases in his account. Despite this, he is considered the greatest chronicler of the crusades, and one of the best authors of the Middle Ages.

Early life

The Kingdom of Jerusalem in the Near East. To the southwest is the Fatimid Caliphate of Cairo. To the east is the Emirate of Damascus, and to the west is the Mediterranean Sea. To the north are the County of Tripoli, Principality of Antioch, County of Edessa, Principality of Armenian Cilicia, the Byzantine Empire, and the Sultanate of Rum.

The Crusader states in 1165

The Kingdom of Jerusalem was founded in 1099 at the end of the First Crusade. It was the third of four Christian territories to be established by the crusaders, following the County of Edessa and the Principality of Antioch, and followed by the County of Tripoli. Jerusalem’s first three rulers, Godfrey of Bouillon (1099–1100), his brother Baldwin I (1100–1118), and their cousin BaldwinII (1118–1131), expanded and secured the kingdom’s borders, which encompassed roughly the same territory as modern-day Israel, Palestine, and Lebanon. During the kingdom’s early decades, the population was swelled by pilgrims visiting the holiest sites of Christendom. Merchants from the Mediterranean city-states of Italy and France were eager to exploit the rich trade markets of the east.[1]

William’s family probably originated in either France or Italy, since he was very familiar with both countries.[2] His parents were likely merchants who had settled in the kingdom and were “apparently well-to-do”,[3] although it is unknown whether they participated in the First Crusade or arrived later. William was born in Jerusalem around 1130. He had at least one brother, Ralph, who was one of the city’sburgesses, a non-noble leader of the merchant community. Nothing more is known about his family, except that his mother died before 1165.[4]

As a child William was educated in Jerusalem, at the cathedral school in the Church of the Holy Sepulchre. The scholaster, or school-master, John the Pisan, taught William to read and write, and first introduced him to Latin.[5] From the Historia it is clear that he also knew French and possibly Italian, but there is not enough evidence to determine whether he learnedGreek, Persian, and Arabic, as is sometimes claimed.[6]

Around 1145 William went to Europe to continue his education in the schools of France and Italy, especially in those ofParis and Bologna, “the two most important intellectual centers of twelfth-century Christendom.”[7] These schools were not yet the official universities that they would become in the 13th century, but by the end of the 11th century both had numerous schools for the arts and sciences. They were separate from the cathedral schools, and were established by independent professors who were masters of their field of study. Students from all over Europe gathered there to hear lectures from these masters.[8] William studied liberal arts and theology in Paris and Orléans for about ten years, with professors who had been students of Thierry of Chartres and Gilbert de la Porrée. He also spent time studying underRobert of Melun and Adam de Parvo Ponte, among others. In Orléans, one of the pre-eminent centres of classical studies,[9] he read ancient Roman literature (known simply as “the Authors”) with Hilary of Orléans, and learnedmathematics (“especially Euclid“) with William of Soissons. For six years, he studied theology with Peter Lombard andMaurice de Sully. Afterwards, he studied civil law and canon law in Bologna, with the “Four Doctors“, Hugo de Porta Ravennate, Bulgarus, Martinus Gosia, and Jacob de Boragine.[10] William’s list of professors “gives us almost a who’s who of the grammarians, philosophers, theologians, and law teachers of the so-called Twelfth-Century Renaissance“, and shows that he was as well-educated as any European cleric. His contemporary John of Salisbury had many of the same teachers.[11]

Religious and political life in Jerusalem[edit]

The highest religious and political offices in Jerusalem were usually held by Europeans who had arrived on pilgrimage or crusade. William was one of the few natives with a European education, and he quickly rose through the ranks.[12] After his return to the Holy Land in 1165, he became canon of the cathedral at Acre. In 1167 he was appointed archdeacon of the cathedral of Tyre by Frederick de la Roche, archbishop of Tyre, with the support of King Amalric.[13]

Amalric had come to power in 1164 and had made it his goal to conquer Egypt. Egypt had been invaded by King Baldwin I fifty years earlier, and the weak Fatimid Caliphate was forced to pay yearly tribute to Jerusalem. Amalric turned towards Egypt because Muslim territory to the east of Jerusalem had fallen under the control of the powerful Zengid sultan Nur ad-Din. Nur ad-Din had taken control of Damascus in 1154, six years after the disastrous siege of Damascus by the Second Crusade in 1148. Jerusalem could now expand only to the southwest, towards Egypt, and in 1153 Ascalon, the last Fatimid outpost in Palestine, fell to the crusaders. Nur ad-Din, however, also wished to acquire Egypt, and sent his army to hinder Amalric’s plans. This was the situation in the east when William returned from Europe. In 1167 Amalric married Maria Comnena, grand-niece of Byzantine emperorManuel I Comnenus, and in 1168 the king sent William to finalize a treaty for a joint Byzantine-crusader campaign against Egypt. The expedition, Amalric’s fourth, was the first with support from theByzantine navy. Amalric, however, did not wait for the fleet to arrive. He managed to capture Damietta, but within a few years he was expelled from Egypt by one of Nur ad-Din’s generals, Saladin, who would later become Jerusalem’s greatest threat.[14]

Meanwhile, William continued his advancement in the kingdom. In 1169 he visited Rome, possibly to answer accusations made against him by Archbishop Frederick, although if so, the charge is unknown. It is also possible that while Frederick was away on a diplomatic mission in Europe, a problem within the diocese forced William to seek the archbishop’s assistance.[15]

A miniature painting from a medieval manuscript, divided into two panels. On the left panel, some boys are playing and injuries can be seen on their arms. On the right panel, a man inspects the injuries on one of the boys' arms.

William of Tyre discovers Baldwin’s first symptoms of leprosy (MS of L’Estoire d’Eracles (French translation of William of Tyre’s Historia), painted in France, 1250s.British Library, London).

On his return from Rome in 1170 he may have been commissioned by Amalric to write a history of the kingdom. He also became the tutor of Amalric’s son and heir, Baldwin IV. When Baldwin was thirteen years old, he was playing with some children, who were trying to cause each other pain by scratching each other’s arms. “The other boys gave evidence of pain by their outcries,” wrote William, “but Baldwin, although his comrades did not spare him, endured it altogether too patiently, as if he felt nothing … It is impossible to refrain from tears while speaking of this great misfortune.”[16] William inspected Baldwin’s arms and recognized the possible symptoms of leprosy, which was confirmed as Baldwin grew older.[17]

Amalric died in 1174, and Baldwin IV succeeded him as king. Nur ad-Din also died in 1174, and his general Saladin spent the rest of the decade consolidating his hold on both Egypt and Nur ad-Din’s possessions in Syria, which allowed him to completely encircle Jerusalem. The subsequent events have often been interpreted as a struggle between two opposing factions, a “court party” and a “noble party.” The “court party” was led by Baldwin’s mother, Amalric’s first wife Agnes of Courtenay, and her immediate family, as well as recent arrivals from Europe who were inexperienced in the affairs of the kingdom and were in favour of war with Saladin. The “noble party” was led by Raymond III of Tripoli and the native nobility of the kingdom, who favoured peaceful co-existence with the Muslims. This is the interpretation offered by William himself in the Historia, and it was taken as fact by later historians. Peter W. Edbury, however, has more recently argued that William must be considered extremely partisan as he was naturally allied with Raymond, who was responsible for his later advancement in political and religious offices. The accounts of the 13th-century authors who continued theHistoria in French must also be considered suspect, as they were allied to Raymond’s supporters in the Ibelin family.[18]The general consensus among recent historians is that although there was a dynastic struggle, “the division was not between native barons and newcomers from the West, but between the king’s maternal and paternal kin.”[19]

Miles of Plancy briefly held the regency for the underaged Baldwin IV. Miles was assassinated in October 1174, and Raymond III was soon appointed to replace him.[20] Raymond named William chancellor of Jerusalem, as well as archdeacon of Nazareth, and on 6 June 1175, William was elected archbishop of Tyre to replace Frederick de la Roche, who had died in October 1174.[21] William’s duties as chancellor probably did not take up too much of his time; the scribes and officials in the chancery drafted documents and it may not have even been necessary for him to be present to sign them. Instead he focused on his duties as archbishop. In 1177 he performed the funeral services for William of Montferrat, husband of Baldwin IV’s sister Sibylla, when the patriarch of Jerusalem, Amalric of Nesle, was too sick to attend.[22]

In 1179, William was one of the delegates from Jerusalem and the other crusader states at the Third Lateran Council; among the others were Heraclius, archbishop of Caesarea, Joscius, bishop of Acre and William’s future successor in Tyre, the bishops of Sebastea, Bethlehem, Tripoli, and Jabala, and the abbot of Mount Sion. Patriarch Amalric and Patriarch of AntiochAimery of Limoges were unable to attend, and William and the other bishops did not have sufficient weight to persuade Pope Alexander III of the need for a new crusade.[23] William was, however, sent by Alexander as an ambassador to Emperor Manuel, and Manuel then sent him on a mission to the Principality of Antioch. William does not mention exactly what happened during these embassies, but he probably discussed the Byzantine alliance with Jerusalem, and Manuel’s protectorate over Antioch, where, due to pressure from Rome and Jerusalem, the emperor was forced to give up his attempts to restore a Greek patriarch. William was absent from Jerusalem for two years, returning home in 1180.[24]

Patriarchal election of 1180[edit]

During William’s absence a crisis had developed in Jerusalem. King Baldwin had reached the age of majority in 1176 and Raymond III had been removed from the regency, but as a leper Baldwin could have no children and could not be expected to rule much longer. After the death of William of Montferrat in 1177, King Baldwin’s widowed sister Sibylla required a new husband. At Easter in 1180, the two factions were divided even further when Raymond and his cousin Bohemond III of Antioch attempted to force Sibylla to marry Baldwin of Ibelin. Raymond and Bohemond were King Baldwin’s nearest male relatives in the paternal line, and could have claimed the throne if the king died without an heir or a suitable replacement. Before Raymond and Bohemond arrived, however, Agnes and King Baldwin arranged for Sibylla to be married to a Poitevinnewcomer, Guy of Lusignan, whose older brother Aimery of Lusignan was already an established figure at court.[25]

The dispute affected William, since he had been appointed chancellor by Raymond and may have fallen out of favour after Raymond was removed from the regency. When Patriarch Amalric died on 6 October 1180, the two most obvious choices for his successor were William and Heraclius of Caesarea. They were fairly evenly matched in background and education, but politically they were allied with opposite parties, as Heraclius was one of Agnes of Courtenay’s supporters. It seems that the canons of the Holy Sepulchre were unable to decide, and asked the king for advice; due to Agnes’ influence, Heraclius was elected. There were rumours that Agnes and Heraclius were lovers, but this information comes from the partisan 13th-century continuations of the Historia, and there is no other evidence to substantiate such a claim. William himself says almost nothing about the election and Heraclius’ character or his subsequent patriarchate, probably reflecting his disappointment at the outcome.[26]

Death[edit]

A miniature painting from a medieval manuscript. A man on horseback, followed by men on foot, rides past a burning castle. The castle is on a shore, and there are ships in the water. There is text above and below the painting.

Saladin burning a town, from a manuscript of the French translation of the Historia

William remained archbishop of Tyre and chancellor of the kingdom, but the details of his life at this time are obscure. The 13th-century continuators claim that Heraclius excommunicated William in 1183, but it is unknown why Heraclius would have done this. They also claim that William went to Rome to appeal to the Pope, where Heraclius had him poisoned. According to Peter Edbury and John Rowe, the obscurity of William’s life during these years shows that he did not play a large political role, but concentrated on ecclesiastical affairs and the writing of his history. The story of his excommunication, and the unlikely detail that he was poisoned, were probably an invention of the Old French continuators.[27] William remained in the kingdom and continued to write up until 1184, but by then Jerusalem was internally divided by political factions and externally surrounded by the forces of Saladin, and “the only subjects that present themselves are the disasters of a sorrowing country and its manifold misfortunes, themes which can serve only to draw forth lamentations and tears.”[28]

His importance had dwindled with the victory of Agnes and her supporters, and with the accession of Baldwin V, infant son of Sibylla and William of Montferrat. Baldwin was a sickly child and he died the next year. In 1186 he was succeeded by his mother Sibylla and her second husband Guy of Lusignan, ruling jointly. William was probably in failing health by this point. Rudolf Hiestand discovered that the date of William’s death was 29 September, but the year was not recorded; whatever the year, there was a new chancellor in May 1185 and a new archbishop of Tyre by 21 October 1186.[29]Hans E. Mayer concluded that William died in 1186, and this is the year generally accepted by scholars.[30]

William’s foresight about the misfortunes of his country was proven correct less than a year later. Saladin defeated King Guy at the Battle of Hattin in 1187, and went on to capture Jerusalem and almost every other city of the kingdom, except the seat of William’s archdiocese, Tyre. News of the fall of Jerusalem shocked Europe and plans were made to send assistance.[31] According to Roger of Wendover, William was present at Gisors in France in 1188 when Henry II of Englandand Philip II of France agreed to go on crusade: “Thereupon the king of the English first took the sign of the cross at the hands of the Archbishop of Rheims and William of Tyre, the latter of whom had been entrusted by our lord the pope with the office of legate in the affairs of the crusade in the western part of Europe.”[32] Roger was however mistaken; he knew that an unnamed archbishop of Tyre was present and assumed it must have been the William whose chronicle he possessed, although the archbishop in question was actually William’s successor Joscius.[33]

Works[edit]

William reports that he wrote an account of the Third Council of the Lateran, which does not survive. He also wrote a history of the Holy Land from the time of Muhammad up to 1184, for which he used Eutychius of Alexandria as his main source. This work seems to have been known in Europe in the 13th century but it also does not survive.[34] August C. Krey thought William’s Arabic sources may have come from the library of the Damascene diplomat Usama ibn Munqidh, whose library was looted by Baldwin III from a shipwreck in 1154.[35] Alan V. Murray, however, has argued that, at least for the accounts of Persia and the Turks in his chronicle, William relied on Biblical and earlier medieval legends rather than actual history, and his knowledge “may be less indicative of eastern ethnography than of western mythography.”[36]

Latin chronicle[edit]

In the present work we seem to have fallen into manifold dangers and perplexities. For, as the series of events seemed to require, we have included in this study on which we are now engaged many details about the characters, lives, and personal traits of kings, regardless of whether these facts were commendable or open to criticism. Possibly descendants of these monarchs, while perusing this work, may find this treatment difficult to brook and be angry with the chronicler beyond his just deserts. They will regard him as either mendacious or jealous—both of which charges, as God lives, we have endeavored to avoid as we would a pestilence.[37]

— William of Tyre, prologue to the Historia

William’s great work is a Latin chronicle, written between 1170 and 1184.[38] It contains twenty-three books; the final book, which deals with the events of 1183 and the beginning of 1184, has only a prologue and one chapter, so it is either unfinished or the rest of the pages were lost before the whole chronicle began to be copied. The first book begins with theconquest of Syria by Umar in the seventh century, but otherwise the work deals with the advent of the First Crusade and the subsequent political history of the Kingdom of Jerusalem. It is arranged, but was not written, chronologically; the first sections to be written were probably the chapters about the invasion of Egypt in 1167, which are extremely detailed and were likely composed before the Fatimid dynasty was overthrown in 1171. Much of the Historia was finished before William left to attend the Lateran Council, but new additions and corrections were made after his return in 1180, perhaps because he now realized that European readers would also be interested in the history of the kingdom. In 1184 he wrote the Prologue and the beginning of the twenty-third book.[39]

William had access to the chronicles of the First Crusade, including Fulcher of Chartres, Albert of Aix, Raymond of Aguilers,Baldric of Dol, and the Gesta Francorum, as well as other documents located in the kingdom’s archives. He used Walter the Chancellor and other now-lost works for the history of the Principality of Antioch. From the end of Fulcher’s chronicle in 1127, William is the only source of information from an author living in Jerusalem. For events that happened in William’s own lifetime, he interviewed older people who had witnessed the events about which he was writing, and drew on his own memory.[40]

William’s classical education allowed him to compose Latin superior to that of many medieval writers. He used numerous ancient Roman and early Christian authors, either for quotations or as inspiration for the framework and organization of theHistoria.[41] His vocabulary is almost entirely classical, with only a few medieval constructions such as “loricator” (someone who makes armour, a calque of the Arabic “zarra”) and “assellare” (to empty one’s bowels).[42] He was capable of clever word-play and advanced rhetorical devices, but he was prone to repetition of a number of words and phrases. His writing also shows phrasing and spelling which is unusual or unknown in purely classical Latin but not uncommon in medieval Latin, such as:

  • confusion between reflexive and possessive pronouns;
  • confusion over the use of the accusative and ablative cases, especially after the prepositionin;
  • collapsed diphthongs (i.e. the Latin diphthongs ae and oe are spelled simply e);
  • the dative “mihi” (“to me”) is spelled “michi”;
  • a single “s” is often doubled, for example in the adjectival place-name ending which he often spells “-enssis”; this spelling is also used to represent the Arabic “sh“, a sound which Latin lacks, for example in the name Shawar which he spells “Ssauar”.[43]

Literary themes and biases[edit]

A statue of a knight with a long beard. He is wearing a crown of thorns and elaborate armour. He has a sword in his left hand, and a shield rests against his right leg.

Sixteenth-century bronze statue of Godfrey of Bouillon from the group of heroes surrounding the memorial to Maximilian I, Holy Roman Emperor in the Hofkirche, Innsbruck. By William’s time, Godfrey was seen as the heroic leader of the First Crusade, and his strength and virtue had become legendary.

Despite his quotations from Christian authors and from the Bible, William did not place much emphasis on the intervention of God in human affairs, resulting in a somewhat “secular” history. Nevertheless, he included much information that is clearly legendary, especially when referring to the First Crusade, which even in his own day was already considered an age of great Christian heroes. Expanding on the accounts of Albert of Aix, Peter the Hermit is given prominence in the preaching of the First Crusade, to the point that it was he, not Pope Urban II, who originally conceived the crusade. Godfrey of Bouillon, the first ruler of crusader Jerusalem, was also depicted as the leader of the crusade from the beginning, and William attributed to him legendary strength and virtue. This reflected the almost mythological status that Godfrey and the other first crusaders held for the inhabitants of Jerusalem in the late twelfth century.

William gave a more nuanced picture of the kings of his own day. He claimed to have been commissioned to write by King Amalric himself, but William did not allow himself to praise the king excessively; for example, Amalric did not respect the rights of the church, and although he was a good military commander, he could not stop the increasing threat from the neighbouring Muslim states. On a personal level, William admired the king’s education and his interest in history and law, but also noted that Amalric had “breasts like those of a woman hanging down to his waist”and was shocked when the king questioned the resurrection of the dead.

About Amalric’s son Baldwin IV, however, “there was no ambiguity”.Baldwin was nothing but heroic in the face of his debilitating leprosy, and he led military campaigns against Saladin even while still underaged; William tends to gloss over campaigns where Baldwin was not actually in charge, preferring to direct his praise towards the afflicted king rather than subordinate commanders. William’s history can be seen as an apologia, a literary defense, for the kingdom, and more specifically for Baldwin’s rule. By the 1170s and 1180s, western Europeans were reluctant to support the kingdom, partly because it was far away and there were more pressing concerns in Europe, but also because leprosy was usually considered divine punishment.

William was famously biased against the Knights Templar, whom he believed to be arrogant and disrespectful of both secular and ecclesiastical hierarchies, as they were not required to pay tithes and were legally accountable only to the Pope. Although he was writing decades later, he is the earliest author to describe the actual foundation of the Templar order. He was generally favourable towards them when discussing their early days, but resented the power and influence they held in his own time. William accused them of hindering the Siege of Ascalon in 1153; of poorly defending a cave-fortress in 1165, for which twelve Templars were hanged by King Amalric; of sabotaging the invasion of Egypt in 1168; and of murdering Assassin ambassadors in 1173.

Compared to other Latin authors of the twelfth century, William is surprisingly favourable to the Byzantine Empire. He had visited the Byzantine court as an official ambassador and probably knew more about Byzantine affairs than any other Latin chronicler. He shared the poor opinion of Alexius I Comnenus that had developed during the First Crusade, although he was also critical of some of the crusaders’ dealings with Alexius. He was more impressed by Alexius’ son John II Comnenus; he did not approve of John’s attempts to bring the crusader Principality of Antioch under Byzantine control, but John’s military expeditions against the Muslim states, the common enemy of both Greeks and Latins, were considered admirable. Emperor Manuel, whom William met during his visits to Constantinople, was portrayed more ambivalently, much like King Amalric. William admired him personally, but recognized that the Empire was powerless to help Jerusalem against the Muslim forces of Nur ad-Din and Saladin. William was especially disappointed in the failure of the joint campaign against Egypt in 1169. The end of the Historia coincides with the massacre of the Latins in Constantinople and the chaos that followed the coup of Andronicus I Comnenus, and in his description of those events, William was certainly not immune to the extreme anti-Greek rhetoric that was often found in Western European sources.

As a medieval Christian author William could hardly avoid hostility towards the kingdom’s Muslim neighbours, but as an educated man who lived among Muslims in the east, he was rarely polemical or completely dismissive of Islam. He did not think Muslims were pagans, but rather that they belonged to a heretical sect of Christianity and followed the teachings of a false prophet. He often praised the Muslim leaders of his own day, even if he lamented their power over the Christian kingdom; thus Muslim rulers such as Mu’in ad-Din Unur, Nur ad-Din, Shirkuh, and even Jerusalem’s ultimate conqueror Saladin are presented as honourable and pious men, characteristics that William did not bestow on many of his own Christian contemporaries.

Circulation of the chronicle

After William’s death the Historia was copied and circulated in the crusader states and was eventually brought to Europe. In the 13th century, James of Vitry had access to a copy while he was bishop of Acre, and it was used by Guy of BazochesMatthew Paris, and Roger of Wendover in their own chronicles. However, there are only ten known manuscripts that contain the Latin chronicle, all of which come from France and England, so William’s work may not have been very widely read in its original form.In England, however, the Historia was expanded in Latin, with additional information from the Itinerarium Regis Ricardi, and the chronicle of Roger Hoveden; this version was written around 1220.

It is unknown what title William himself gave his chronicle, although one group of manuscripts uses Historia rerum in partibus transmarinis gestarum and another uses Historia Ierosolimitana.The Latin text was printed for the first time in Basel in 1549 by Nicholas Brylinger; it was also published in the Gesta Dei per Francos by Jacques Bongars in 1611 and the Recueil des historiens des croisades (RHC) by Auguste-Arthur Beugnot and Auguste Le Prévost in 1844, and Bongars’ text was reprinted in the Patrologia Latina by Jacques Paul Migne in 1855. The now-standard Latin critical edition, based on six of the surviving manuscripts, was published as Willelmi Tyrensis Archiepiscopi Chronicon in the Corpus Christianorum in 1986, by R. B. C. Huygens, with notes by Hans E. Mayer and Gerhard Rösch. The RHC edition was translated into English by Emily A. Babcock and August C. Krey in 1943 as “A History of Deeds Done Beyond the Sea,” although the translation is sometimes incomplete or inexact.

Old French translation

A translation of the Historia into Old French, made around 1223, was particularly well-circulated and had many anonymous additions made to it in the 13th century. In contrast to the surviving Latin manuscripts, there are “at least fifty-nine manuscripts or fragments of manuscripts” containing the Old French translation. There are also independent French continuations attributed to Ernoul and Bernard le Trésorier. The translation was sometimes called the Livre dou conqueste; it was known by this name throughout Europe as well as in the crusader Kingdom of Cyprus and in Cilician Armenia, and 14th-century Venetian geographer Marino Sanuto the Elder had a copy of it. The French was further translated into Spanish, as the Gran Conquista de Ultramar, during the reign of Alfonso the Wise of Castile in the late 13th century. The French version was so widespread that the Renaissance author Francesco Pipino translated it back into Latin, unaware that a Latin original already existed. A Middle English translation of the French was made by William Caxton in the 15th century.

Modern assessment

William’s neutrality as an historian was often taken for granted until the late twentieth century. August C. Krey, for example, believed that “his impartiality … is scarcely less impressive than his critical skill. “Despite this excellent reputation, D. W. T. C. Vessey has shown that William was certainly not an impartial observer, especially when dealing with the events of the 1170s and 1180s. Vessey believes that William’s claim to have been commissioned by Amalric is a typical ancient and medieval topos, or literary theme, in which a wise ruler, a lover of history and literature, wishes to preserve for posterity the grand deeds of his reign. William’s claims of impartiality are also a typical topos in ancient and medieval historical writing.

His depiction of Baldwin IV as a hero is an attempt “to vindicate the politics of his own party and to blacken those of its opponents.” As mentioned above, William was opposed to Baldwin’s mother Agnes of Courtenay, Patriarch Heraclius, and their supporters; his interpretation of events during Baldwin’s reign was previously taken as fact almost without question. In the mid twentieth century, Marshall W. Baldwin, Steven Runciman, and Hans E. Mayer were influential in perpetuating this point of view, although the more recent re-evaluations of this period by Vessey, Peter Edbury and Bernard Hamilton have undone much of William’s influence.

An often-noted flaw in the Historia is William’s poor memory for dates. “Chronology is sometimes confused, and dates are given wrongly”, even for basic information such as the regnal dates of the kings of Jerusalem. For example, William gives the date of Amalric’s death as 11 July 1173, when it actually occurred in 1174.

Despite his biases and errors, William “has always been considered one of the greatest medieval writers.” Steven Runciman wrote that “he had a broad vision; he understood the significance of the great events of his time and the sequence of cause and effect in history.”Christopher Tyerman calls him “the historian’s historian”, and “the greatest crusade historian of all,” and Bernard Hamilton says he “is justly considered one of the finest historians of the Middle Ages”. As the Dictionary of the Middle Ages says, “William’s achievements in assembling and evaluating sources, and in writing in excellent and original Latin a critical and judicious (if chronologically faulty) narrative, make him an outstanding historian, superior by medieval, and not inferior by modern, standards of scholarship.”

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GUGLIELMO di Tiro

Enciclopedia Italiana (1933)

di Francesco COGNASSO

GUGLIELMO di Tiro. – È uno degli uomini politici più importanti della Siria latina del sec. XII, e una fonte preziosa per la storia dei Latini in Oriente. Non sappiamo se fosse oriundo francese o italiano. Nacque in Siria verso il 1130; studiò in Italia e conobbe il latino, il greco e l’arabo. Verso il 1165 era a Tiro, dove nel 1167 benedì il matrimonio di Amalrico I. Fu quindi arcidiacono di Tiro, e, dopo alcuni viaggi politici a Costantinopoli, fu incaricato dal re di istruire il figlio Baldovino. Nel 1174 appunto da Baldovino Iv fu fatto cancelliere del regno e nel 1175 arcivescovo di Tiro; nel 1178 fu inviato in Europa a procacciare aiuti per il regno pericolante e nel 1179 fu al concilio lateranense. Passando per Costantinopoli ritornò in Oriente nel maggio 1180. Lasciò la carica di cancelliere nel 1183; posteriormente ritornò in Europa a chiedere aiuti; nel 1186 era in Francia, poi se ne perde ogni traccia.

Oltre ad un’opera storica perduta contenente i Gesta orientalium principum, scrisse a richiesta di re Amalrico, fra il 1169 e il 1173, l’importante Historia rerum in partibus transmarinis gestarum in XXIII libri. Per la storia della prima crociata e dei tempi successivi sino al 1144 usò i varî scrittori delle crociate, specialmente Alberto d’Aix, la cui versione degli avvenimenti, consacrata senza controllo da G., fu sino all’età moderna l’unica visione dei fatti. Dal 1144 in poi invece l’opera di G. ha importanza grandissima: lo scrittore ricorse a fonti orali e a documenti d’archivio ed è di una grande ricchezza di notizie. G. scrive con una certa enfasi, ma sa essere buon narratore; spirito retto e moderato giudica senza malanimo i Greci e sa lodare anche Manuele Comneno. L’opera di G. ebbe varie versioni e continuazioni durante il sec. XIII. L’edizione più recente è quella del Recueil des historiens des Croisades, Hist. Occidentaux, voll. I e II (Parigi 1844). Altra in Migne, Patr. Latina, CCI.

Bibl.: H. Pertz, Studien über Wilhelm v. Tyrus, in Neues Archiv, VIII, pp. 95-132.

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BOEMONDO I d’Altavilla, principe d’Antiochia

Enciclopedia Italiana (1930)

di Francesco Cognasso

BOEMONDOI d’Altavilla, principe d’Antiochia. – Nacque dalle nozze di Roberto il Guiscardo con Alberada di Buonalbergo, poco dopo il 1050, ed ebbe al battesimo il nome di Marco. Fu soprannominato B. dal padre, in ricordo, pare, di un certo leggendario gigante. Anna Comnena lo descrive appunto come di statura oltre il normale, robusto e tarchiato, capigliatura bionda, occhi glauchi, accuratamente raso in volto: gli attribuisce il soprannome di Sanisco, d’ignota origine. Il padre lo tenne con sé anche dopo avere, nel 1058, divorziato da Alberada. Nulla sappiamo della giovinezza, fino al 1081, quando il padre, decisa l’invasione dell’Impero bizantino, lo inviò ad Aulona (Vallona) per occupare la baia e crearvi una base di operazione. Collaborò poi all’occupazione della regione albanese e alla presa di Durazzo e sostituì Roberto il Guiscardo nel comando della spedizione, quando la lotta fra il papa e l’imperatore costrinse il duca a rientrare in Italia. B. si avanzò nell’interno della Macedonia, occupò Castoria, Gianina e Ochrida, ma entrato in Tessaglia, fu sconfitto dall’imperatore Alessio I Comneno e costretto a venire a patti. Rientrò con l’esercito a Bari e tosto attese col duca Roberto a preparare una nuova spedizione. Sbarcato a Corfù, si ammalò e ritornò in Italia e non assistette quindi alla morte del padre nel luglio del 1085.

Roberto il Guiscardo, dominato dalla seconda moglie, Sikelgaita, era venuto nella decisione di diseredare B. a favore di Ruggero Borsa, natogli dalla nuova unione; ma B. si rifiutò di inchinarsi al fratello minore e ne nacque perciò una lunga e oscura guerra, che finì solo quando Ruggero acconsentì a cedere a B. la regione pugliese e Bari (1089). Scarse notizie abbiamo sull’attività di B. negli anni seguenti: nel 1089 e poi ancora nel 1092 ospitò a Bari ed a Taranto Urbano II. Nell’agosto del 1096, mentre attendeva col fratello all’assedio di Amalfi, quasi improvvisamente prese la croce e partì per le Puglie per preparare la spedizione. Quali motivi abbiano spinto B. a tale decisione, ignoriamo; Anna Comnena l’accusa di avere obbedito unicamente a cupidigie di conquista.

Nell’ottobre del 1096 i Normanni crociati sbarcavano a Vallona per raggiungere, lungo la via Egnazia, Tessalonica e Costantinopoli. Accompagnavano B. diecimila armati fra cavalieri e fanti, al comando di Tancredi nipote di B., di Oddone detto il buon Marchese, di Riccardo del Principato e varî altri congiunti del principe. Solo nell’aprile del 1097 i Normanni giunsero a Costantinopoli; B. cercò di dissipare le diffidenze dell’antico nemico, Alessio I, acconsentendo a giurargli fedeltà, come gli altri principi crociati, ma brigò per ottenere la carica di Grande domestico d’Oriente e così rappresentare nella crociata l’imperatore.

Iniziata la marcia attraverso l’Anatolia, i Normanni presero parte a diversi combattimenti, anzi sostennero nella battaglia di Dorilea il primo urto dei Turchi e diedero tempo a Goffredo di Buglione e Raimondo di Tolosa di arrivare coi rinforzi. Boemondo partecipò attivamente all’assedio di Antiochia, e trovando in Raimondo di Tolosa un pericoloso concorrente al possesso della città da lui agognata, con la minaccia di ritornarsene in Italia costrinse i capi della crociata a promettergli la consegna di Antiochia. Antiochia cadde nelle mani dei cristiani il 3 giugno 1098 e subito dopo fu difesa dall’offensiva del sultano Kerboga con la grande battaglia del 28 giugno: B. dirigeva le schiere cristiane. Provvisoriamente i principi crociati decisero che la città venisse occupata da Normanni e Provenzali, sperando di rinviare ulteriormente il conflitto fra B. e Raimondo; ma nel febbraio del 1099 B., violando i patti, ritornò ad Antiochia, ne espulse i Provenzali e rimase solo ed assoluto padrone della città, assumendo il titolo di principe d’Antiochia. I capi della crociata tacitamente riconobbero il fatto compiuto e Raimondo, isolato, dovette far pace col più abile avversario. Per assicurare il possesso d’Antiochia, il principe iniziò una serie di operazioni militari verso la Cilicia onde respingere i Bizantini, e verso Aleppo, per respingere i Turchi. Con l’appoggio della flotta pisana dell’arcivescovo Daiberto occupò Laodicea sul mare e poi, nell’interno, Apamea e progettò un attacco ad Aleppo. Nell’agosto del 1100 B., accorso a Malatia in aiuto di quel principe armeno Gabriel contro l’emiro di Sīwās, al-Malik al-Ghazi Muhammad ibn Danishmand (il Kumushtakin delle fonti latine), venne fatto prigioniero col cugino Riccardo del Principato e fu liberato dalla prigionia a Nixandria (Neocaesarea) solo nel 1103, col pagamento di 100.000 pezzi d’oro. Ritornò ad Antiochia e costrinse il nipote Tancredi a restituirgli il principato che aveva governato nei due anni di lontananza del principe. Dopo avere ripreso energicamente la lotta contro Greci e Turchi, si accorse dell’impossibilità di vivere, stretto fra i due nemici e decise di riprendere i progetti del padre contro Costantinopoli. Nel 1105 rientrò in Italia, visitò il papa Pasquale II, quindi si recò in Francia a sollecitare l’appoggio di quel re. Fu accolto in Francia con le maggiori dimostrazioni di riverenza, poiché le sue imprese erano diventate leggendarie. Si recò al concilio di Poitiers con il legato pontificio per svegliare l’entusiasmo popolare per la crociata. Quindi celebrò il suo matrimonio con la figlia del re di Francia, Costanza, già divorziata da Ugo di Troyes, ed ottenne pure dal re Filippo la mano dell’altra figlia Cecilia per il nipote Tancredi. Nell’estate del 1107 rientrò nelle Puglie e preparò la spedizione contro l’Impero bizantino. Sbarcò nell’ottobre a Vallona con 30.000 uomini e cercò d’impadronirsi di Durazzo, dopo aver bruciato le navi per rendere sicure le milizie. L’imperatore Alessio I era riuscito a preparare la difesa: nella primavera del 1108 bloccò B. che, esaurite le vettovaglie, dovette chieder pace. Recatosi a Deabolis presso Alessio, acconsentì a dichiararsi suo vassallo e ottenne l’investitura di Antiochia a gravi condizioni. Ritornato dopo la grave umiliazione a Bari, vi morì il 7 marzo 1111, mentre si preparava a partire per la Siria. Fu sepolto a S. Sabino di Canosa.

Bibl.: Lo studio più recente e completo su B. è quello R. Bailery Yewdale, Bohemond I, Prince of Antioch, Madison Wisconsin 1925. La politica bizantina di B. è studiata da F. Chalandon, Essai sur le règne d’Alexis I Comnène, Parigi 1900. La condotta di B. nella crociata è trattata da H. Röhricht, Geschichte des ersten Kreuzzuges, Innsbruck 1901.

IL 225. SEGUACE

A proteggere Donna Isabella vi era un manipolo di guerrieri. Cavalieri scelti tra i migliori. Per entrare a far parte della Sua Guardia si dovevano superare molte prove, e spesso questo coincideva con la necessità di superare molto tempo.

Philip fu il 225. ad entrare nella Guardia. Correva l’anno del Signore 1140. Philip aveva 20 anni. Isabella 15. Ed era già splendente come un giglio, un tulipano, una rosa gialla.

La vide la 1. volta nella Chiesa di …. , la Domenica di Pasqua.

Davanti all’altare vi era la sepoltura del Venerato Fratello Markus, sulla quale la Croce era composte con le lettere ove la X centrale designa il nome di Cristo, e la Croce dice

CHRISTUS   PAX   REX   LUX   LEX

Nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo.

CHRISTUS PAX REX LEX LUX

pLS, Darling, don’t look back in anger. Non ricordare con rabbia, Amore. Guarda AVANTI. GO. TOWARD THE SUN. DON’T LOOK BACK. AND NEVER IN ANGER. LOOK FORWARD. IN PEACE. AND LOVE. MY BELOVED ……….

iSSUED 2014, JAN the 17.

VENOSA – 1500

Gian Lorenzo Lioy (1539-1600) era figlio di Domenico (Ripacandida 1510 – Ripacandida 1590).

Ripa Candida – White Shore

La scimitarra che Gian Lorenzo, tornato dalla Battaglia di Lepanto, conservò nell’ avita casa di Ripacandida che ancora oggi espone lo stemma cinquecentesco, fu il dono di un avversario sconfitto con onore e dignità.

Io sono convinto che fosse un Essere Umano, come quelli a cui Mengoni crede …

LEPANTO – Ordine di Battaglia

Su quale Nave era imbarcato Gian Lorenzo ?

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