ISTAT – 2018 , OTTOBRE 18 – XXI SEC.

Di chi è l’ISTAT?

[Statistica pubblica o propaganda governativa?]

Dal 30 agosto, trascorsi i 45 giorni della prorogatio del mandato di Giorgio Alleva, l’Istat è senza Presidente. Dallo scorso 18 settembre, con una decisione inedita e un DPCM apposito, le funzioni presidenziali sono assegnate al Prof. Maurizio Franzini, membro “anziano” del Consiglio dell’Istat, “nelle more del perfezionamento della nomina del nuovo Presidente dell’Istituto”.

In effetti, il 16 agosto sono scaduti i termini della call pubblica per valutare candidature al ruolo di Presidente dell’Istat, decisa dalla Funzione Pubblica in ottemperanza alle regole di trasparenza e imparzialità richieste da Eurostat per la nomina dei vertici degli istituti nazionali di statistica. Dopo settimane di silenzio, e dopo indiscrezioni giornalistiche che indicavano una battaglia in corso all’interno della compagine governativa per la poltrona di vertice dell’Istituto, apprendiamo che sarebbe stata nominata dalla Ministra della Pubblica Amministrazione una commissione speciale formata da tre “esperti” (un prefetto, un magistrato della Corte dei Conti e un professore di Statistica) incaricata di valutare le manifestazioni di interesse presentate.

E’ utile ricordare che la stessa call è stata decisa quando tutto lasciava presagire una nomina rapida, e irregolare, del Professor Gian Carlo Blangiardo, che in pieno agosto aveva cominciato a rilasciare interviste come Presidente “in pectore”.

Chi è Gian Carlo Blangiardo? Fino a qualche anno fa solo uno stimato professore di demografia dell’Università di Milano-Bicocca, che si occupa anche di studi sull’immigrazione.
A partire dalla “crisi dei profughi” dell’estate 2015, i suoi interventi pubblici cominciano ad assumere un profilo sempre più schierato: pubblica editoriali in cui parla di “assedio dei profughi” e di “bombe demografiche” in Africa pronte ad abbattersi sull’Europa.

Nel luglio 2017 un salto di qualità: partecipa a Piacenza alla conferenza programmatica della Lega (ex-Nord), che aveva l’obiettivo dichiarato di costruire un programma di governo e “una squadra compatta ed unita nell’intento” (Matteo Salvini), con il contributo di relatori e accademici apparentemente “non militanti”. Il suo intervento è chiaramente di natura tutta politica e schierata, come era ovvio aspettarsi in una circostanza e in un ambiente simile.

Nei mesi successivi interviene pubblicamente a più riprese su diversi temi legati all’immigrazione, dallo Ius Soli (inutile se non dannoso ai suoi occhi) all’impatto dei contributi pagati dai lavoratori stranieri sul sistema pensionistico italiano (sopravvalutato).
Pubblica infine due libelli (in realtà il secondo è solo la revisione del primo) dai titoli via via più espliciti: “Immigrazione. Tutto quello che dovremmo sapere” e “Immigrazione. La grande farsa umanitaria”. 

Li scrive insieme a Gianandrea Gaiani, responsabile del magazine online Analisi Difesa che si occupa di tematiche militari, e all’ex senatore di AN Giuseppe Valditara che sarebbe diventato begli ultimi anni una figura centrale dell’entourage salviniano. 
Il tenore della pubblicazione è ben riassunto da affermazioni come:

“Quando George Soros in una intervista al Wall Street Journal promette 500 milioni di euro per favorire l’arrivo e l’accoglienza dei migranti irregolari in Europa, e quando, stando almeno ad organi di stampa europei come “il Giornale” del 6 marzo 2017, dietro alle ONG che vanno a raccogliere gli immigrati clandestini ai limiti delle acque territoriali libiche ci sarebbero suoi finanziamenti; quando alcune ONG, coinvolte nel recupero in mare degli immigrati, dichiarano di battersi per il «diritto alla libertà di movimento» e di non accettare «arbitrarie distinzioni tra profughi e migranti», negando esplicitamente il rispetto di confini e sovranità nazionale; quando l’attività di recupero viene talvolta svolta addirittura entro le acque territoriali libiche, procedura vietata dal diritto internazionale,  tanto più se poi questo comporta la “deportazione” dei migranti in porti situati a centinaia di chilometri di distanza e non invece nei più  vicini porti tunisini o maltesi; quando quella attività di recupero viene svolta in aperto contrasto con il parere di Frontex, il cui capo, Fabrice Leggeri ha pesantemente stigmatizzato queste operazioni; quando molti di questi immigrati irregolari provengono da regioni dove è vivo il risentimento e talvolta l’odio verso l’Occidente ed i suoi valori; quando la gran parte di questi immigrati non sono profughi, ma persone piene di rivendicazioni e di attese destinate a rimanere spesso deluse; quando cioè essi rappresentano un elemento di potenziale destabilizzazione delle società occidentali; quando queste operazioni hanno precise coperture politiche sia a livello americano che europeo, vi è da chiedersi che cosa vi sia dietro questo disegno. Ovviamente non solo interessi economici, che pur motivano molti operatori coinvolti. Probabilmente vi è lo stesso odio verso una certa civiltà e determinati suoi valori, lo stesso odio che, per altri presupposti e altri fini, portava i rivoluzionari a trasformare le chiese in stalle e i politici ad abbattere preziosi chiostri. L’idea cioè che l’immigrazione può essere non tanto utile alla crescita economica del mondo occidentale, quanto piuttosto uno straordinario strumento di destabilizzazione di questo mondo e dei suoi valori tradizionali“.

E’ chiaro che lo scenario che si sta concretizzando non corrisponde alla logica di un “normale” spoil system in cui il Governo in carica sceglie un “tecnico di area”, salvando almeno le apparenze rispetto al carattere indipendente e tecnico dell’Istat. E’ invece probabilmente in corso un tentativo di occupazione politica diretta dell’Istat, in cui la credibilità accademica si fa strumento di un programma politico e propagandistico esplicito.

Come Coordinamento dei Lavoratori della Statistica Pubblica ci siamo chiesti se la procedura di selezione indetta dalla Funzione Pubblica fosse reale o servisse solo a mascherare e “impacchettare” una decisione già presa, non sulla base delle capacità o dello spessore del candidato, ma della sua disponibilità a rispondere direttamente alle indicazioni politiche governative. Avevamo perciò avanzato presso il Dipartimento della Funzione Pubblica una richiesta di accesso agli atti per avere informazioni sulle candidature pervenute e sui curriculum dei candidati.

Nei giorni scorsi è arrivata la risposta: accesso negato. Il Dipartimento della Funzione Pubblica ci dice che “allo stato attuale l’istanza non può trovare accoglimento in quanto, essendo la procedura per la designazione ancora in corso, l’accesso ai documenti richiesti potrebbe compromettere in modo concreto e attuale l’indipendenza e la serenità di giudizio degli organi che presiedono alla procedura stessa”. Cioè la trasparenza sui nomi dei candidati toglierebbe serenità al Prefetto, al Magistrato e al Professore gravati dall’onere della scelta.

Un ulteriore grave segnale, dunque. E’ importante che in questo momento i lavoratori dell’Istat prendano parola per affermare in ogni caso, e chiunque sia il nuovo Presidente, la loro indisponibilità a essere arruolati: la statistica pubblica è di tutti e non può essere messa al servizio della propaganda di governo.

CLASP ISTAT
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