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2016, JANUARY 01.

Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LX no. 1

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Sommario

Il Papa e la Santa Sede

  1. Il Papa: dopo il sì di Maria oceano di misericordia inonda il mondo
  2. Angelus del Papa: conquista la pace chi apre il cuore al prossimo
  3. 60 mila fedeli in Piazza San Pietro: “C’è bisogno di pace come del pane”
  4. Francesco al Te Deum: il bene appare debole ma vince sempre
  5. Nel pomeriggio il Papa apre la Porta Santa a Santa Maria Maggiore
  1. Marcia di Sant’Egidio: costruire la pace sconfiggendo l’indifferenza
  2. Dietro guerre e violenze, il commercio di armi delle grandi potenze
  3. Allarme terrorismo a Monaco: è caccia a 7 kamikaze dell’Is
  4. Comunità di Taizé: da Valencia appello per un mondo più fraterno
  5. Oltraggio a Presepe. Mons. Palletti: ha unito credenti e non credenti

Nella Chiesa e nel mondo

  1. Mattarella: messaggio Papa invita a difesa dignità di ogni uomo
  2. Corea del Nord. Kim Jong-un: “Pronto alla guerra se provocato”
  3. Vescovi indiani: reintrodurre studio religioni nelle scuole
  4. La Chiesa argentina promuove una colletta per le missioni in Africa
  5. Congresso di pastorale sociale a Washington
  6. Etiopia. Eparca di Adigrat: la misericordia comincia in famiglia
  7. Congo: nasce Cattedra Monsengwo per promuovere valori morali e religiosi

Il Papa e la Santa Sede

Il Papa: dopo il sì di Maria oceano di misericordia inonda il mondo

Con il sì di Maria l’oceano di misericordia di Gesù ha inondato la miseria del mondo, ma occorre dire no alla falsa neutralità per dire sì alla pace e alla giustizia: così Papa Francesco nell’ omelia della Messa presieduta nella Basilica di San Pietro in occasione della Solennità di Maria Madre di Dio e nella Giornata mondiale della pace. Il servizio di Giancarlo La Vella

“Che cosa significa che Gesù nacque nella pienezza del tempo?”.

“Nel momento in cui Dio stabilisce che è giunto il momento di adempiere la promessa fatta, allora per l’umanità si realizza la pienezza del tempo. Pertanto, non è la storia che decide della nascita di Cristo; è, piuttosto, la sua venuta nel mondo che permette alla storia di giungere alla sua pienezza”.

Pienezza del tempo è la presenza di Dio in prima persona nella storia
E’ per questo che dalla nascita del Figlio di Dio – prosegue  il Pontefice – inizia il computo di una nuova era, quella che vede il compimento della promessa antica. Questo realizza, dunque, il concetto di “pienezza del tempo”:

“La pienezza del tempo, dunque, è la presenza di Dio in prima persona nella nostra storia. Ora possiamo vedere la sua gloria che risplende nella povertà di una stalla, ed essere incoraggiati e sostenuti dal suo Verbo fattosi “piccolo” in un bambino. Grazie a Lui, il nostro tempo può trovare la sua pienezza”.

No a falsa neutralità davanti all’oceano di misericordia
Ma la domanda dell’uomo di oggi sembra stridere e contrastare con la realtà. Ogni giorno, mentre vorremmo essere sostenuti dai segni della presenza di Dio, dobbiamo ricontrare segni opposti, negativi, che lo fanno piuttosto sentire come assente di fronte alle ingiustizie, le violenze, la sopraffazione del più forte sul più debole, la malvagità, l’odio, la guerra la fame, le persecuzioni. Un fiume di miseria – sottolinea il Santo Padre – alimentato dal peccato, sembra contraddire la pienezza del tempo realizzata da Cristo:

“Eppure, questo fiume in piena non può nulla contro l’oceano di misericordia che inonda il nostro mondo. Siamo chiamati tutti ad immergerci in questo oceano, a lasciarci rigenerare, per vincere l’indifferenza che impedisce la solidarietà, e uscire dalla falsa neutralità che ostacola la condivisione”.

Il sì di Maria
Siamo chiamati a diventare suoi cooperatori nella costruzione di un mondo più giusto e fraterno, dove ogni persona e ogni creatura possa vivere in pace, nell’armonia della creazione originaria di Dio. Tutto questo – dice il Papa – nasce da quel sì che Maria pronunciò all’Angelo Gabriele che le annunciò la divina maternità. La promessa antica – afferma – si compie nella sua persona:

“Ella ha creduto alle parole dell’Angelo, ha concepito il Figlio, è diventata Madre del Signore. Attraverso di lei, attraverso il suo ‘sì’, è giunta la pienezza del tempo”.

Dove non arriva la ragione dei filosofi può giungere la forza della fede
Alla fine dell’omelia della Messa, caratterizzata dai canti dei Pueri Cantores ricevuti ieri dal Papa per la chiusura del loro 40° Congresso internazionale, Francesco conclude:

Dove non può arrivare la ragione dei filosofi né la trattativa della politica, là può giungere la forza della fede che porta la grazia del Vangelo di Cristo, e che può aprire sempre nuove vie alla ragione e alle trattative”.

Angelus del Papa: conquista la pace chi apre il cuore al prossimo
La pace va conquistata, lottando contro indifferenza, chiusure, sospetti e aprendo il cuore al prossimo: è quanto ha detto Papa Francesco rivolgendosi ai pellegrini, circa 60mila, riuniti in Piazza San Pietro per l’Angelus e invocando Maria, Regina della Pace. Il servizio di Sergio Centofanti

L’indifferenza è nemica della pace
Nella Giornata Mondiale della Pace, Papa Francesco ricorda che la pace va non soltanto coltivata ma anche “conquistata”. Ciò comporta “una vera e propria lotta, un combattimento spirituale che ha luogo nel nostro cuore“. Per un motivo:
Perché è nemica della pace non è solo la guerra, ma anche l’indifferenza, che fa pensare solo a sé stessi e crea barriere, sospetti, paure e chiusure. E queste cose sono nemiche della pace”.

Risvegliare l’attenzione per il prossimo
“Abbiamo, grazie a Dio, tante informazioni” ha aggiunto:

“Ma a volte siamo così sommersi di notizie che veniamo distratti dalla realtà, dal fratello e dalla sorella che hanno bisogno di noi. Cominciamo in quest’anno ad aprire il cuore, risvegliando l’attenzione al prossimo, a chi è più vicino. Questa è la via per la conquista della pace”.

Riconoscenza per le manifestazioni di pace nel mondo
Il Papa ha espresso la sua riconoscenza per le molteplici iniziative organizzate in ogni parte del mondo in occasione della Giornata Mondiale della Pace, citando in particolare la Marcia nazionale  promossa a Molfetta da Cei, CaritasPax Christi e Azione Cattolica, la manifestazione organizzata a Roma e in molti Paesi dalla Comunità di Sant’Egidio e la veglia di preghiera notturna in Piazza San Pietro del Movimento dell’Amore Familiare per la pace e l’unità nelle famiglie del mondo:

“E’ bello sapere che tante persone, soprattutto giovani, hanno scelto questo modo di vivere il capodanno (…) Cari amici, vi incoraggio a portare avanti il vostro impegno in favore della riconciliazione e della concordia”.

Gli auguri con la benedizione di Dio
Papa Francesco ha rivolto il suo saluto per l’anno nuovo: “E’ bello scambiarsi gli auguri” – afferma – anche se “sappiamo però che con l’anno nuovo non cambierà tutto, e che tanti problemi di ieri rimarranno anche domani”. Ha tratto allora il suo augurio dalla liturgia odierna, “sostenuto da una speranza reale”, perché invoca la benedizione di Dio:

“Che il Signore posi lo sguardo sopra di voi e che possiate gioire, sapendo che ogni giorno il suo volto misericordioso, più radioso del sole, risplende su di voi e non tramonta mai! Scoprire il volto di Dio rende nuova la vita. Perché è un Padre innamorato dell’uomo, che non si stanca mai di ricominciare da capo con noi per rinnovarci”.

Dio non usa la bacchetta magica
Il Signore – ha proseguito – ha tanta pazienza con noi e “non si stanca di ricominciare da capo ogni volta che noi cadiamo”:

“Però il Signore non promette cambiamenti magici, Lui non usa la bacchetta magica. Ama cambiare la realtà dal di dentro, con pazienza e amore; chiede di entrare nella nostra vita con delicatezza, come la pioggia nella terra, per poi portare frutto. E sempre ci aspetta e ci guarda con tenerezza”.

Il grazie al presidente Mattarella
Ha quindi ringraziato il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, per gli auguri che gli ha rivolto ieri sera nel suo Messaggio di fine anno, e che ricambia di cuore. Infine, ha augurato ancora a tutti “un anno di pace nella grazia del Signore, ricco di misericordia, e con la protezione materna di Maria, la Santa Madre di Dio”.

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60 mila fedeli in Piazza San Pietro: “C’è bisogno di pace come del pane”

◊In Piazza San Pietro erano presenti circa 60mila pellegrini giunti da tutto per ascoltare il primo Angelus dell’anno e celebrare la Giornata Mondiale della Pace. Ascoltiamo i loro commenti al microfono di Marina Tomarro: 

R. – E’ importante essere qui oggi perché nel mondo c’è un grande bisogno di pace, c’è bisogno di pace come del pane. Quando guardiamo al Medio Oriente e a tanti Paesi africani – vorrei citare il Burundi – c’è bisogno di pace, c’è bisogno di riunirsi per dire che vogliamo la pace.

R. – La pace è importante perché è sorgente di serenità e il fatto di vivere in uno stato di pace rende possibile il vivere tutti insieme e il condividere le cose che abbiamo: per la pace è importante dare, perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

R. – Questo stare insieme della Comunità di Sant’Egidio è proprio il modo per avere nel cuore tutti questi Paesi: più di 30 situazioni nel mondo di violenza, di guerra… Siamo tanti proprio per iniziare l’anno con un passo di pace e dire che c’è tanta gente che vuole costruire la pace anche a partire dall’ accogliere tanti rifugiati che sono qui con noi e vengono da Paesi in guerra.

D. – In che modo si può essere cooperatori di pace oggi?

R. –  Io credo che siano tanti i modi in cui si può essere nella vita quotidiana delle città, nel creare tessuti di coabitazione tra persone diverse, nel superare le situazioni conflittuali, nel lavorare perché si creino canali di comunicazione e di intervento per combattere la povertà e nel creare anche ambiti di incontro e di dialogo tra i credenti delle varie religioni.

R. – Lo si diventa vivendo quotidianamente meno ripiegati su se stessi e essendo più attenti alla vita delle persone che ci sono vicine, partendo da quelli che di più soffrono la povertà, le difficoltà, la solitudine, quindi gli anziani e le persone che vivono per strada.

R. – La pace ci serve, dappertutto. Io vengo dalla Nigeria e non c’è pace lì. Non so se i miei famigliari sono vivi adesso … ma io spero… La pace serve, è fondamentale per andare avanti. Senza la pace non c’è la vita.

D. – Qual è il tuo augurio per il nuovo anno?

R.  – Pace, pace! Dappertutto, in tutto il mondo, pace!

R.  – Un augurio per i cristiani che in questo momento non festeggiano. Un augurio per le persone che ancora hanno bisogno di scoprire la misericordia. E un augurio per tutti per vivere la nostra pace nelle nostre case. E chiaramente che finiscano le guerre.

R.  – Che si possa veramente costruire un mondo di pace, dove vivere insieme, essere solidali, accogliere gli altri e dialogare.

D. – Oggi è la festa di Maria Madre di Dio: quanto è importante la figura della Madonna nella sua vita?

R.  – Maria è proprio la mamma. Noi siamo anche mamme e papà, qui, in tanti! Penso che sia una stella alla quale dobbiamo guardare, specialmente per quest’anno che viene.

R.  – La figura della Madonna nella mia vita è importante innanzitutto perché Maria è madre del nostro Signore Gesù Cristo e Gesù è il principe della pace. Guardare a Maria oggi è come guardare a una madre e chiedere la sua benedizione perché ci accompagni nel nostro cammino di vita.

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Francesco al Te Deum: il bene appare debole ma vince sempre

◊“Il bene vince sempre, anche se in qualche momento può apparire più debole e nascosto”. Così il Papa nei Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, celebrati nella Basilica di San Pietro, a cui è seguita l’esposizione del Santissimo Sacramento e il Te Deum, l’inno di ringraziamento di fine anno. Nell’Anno giubilare della misericordia, il Papa ha guardato alla sofferenza dei profughi e ha esortato la città di Roma ad essere “interprete privilegiata di fede, accoglienza, fraternità e pace”. Al termine della celebrazione, il Papa ha visitato il Presepe allestito in Piazza San Pietro salutando anche i tanti fedeli presenti. Massimiliano Menichetti: 

L’inno del Te Deum
In una Basilica immersa nella solennità della preghiera e nella gioia del ringraziamento il Papa esorta a “riconoscere la presenza amorevole di Dio negli avvenimenti della nostra storia”. “Per questo – dice – nel Te Deum chiediamo l’aiuto agli Angeli, ai Profeti e a tutta la creazione per dare lode al Signore”:

“Con questo inno ripercorriamo la storia della salvezza dove, per un misterioso disegno di Dio, trovano posto e sintesi anche le varie vicende della nostra vita di quest’anno trascorso”.

Misericordia e speranza
“In questo Anno giubilare” Francesco ricorda con forza la vicinanza del Signore, la misericordia, la speranza:

“La compagnia della misericordia è luce per comprendere meglio quanto abbiamo vissuto e speranza che ci accompagna all’inizio di un nuovo anno”.

La presenza di Dio negli eventi dell’anno trascorso
Il Papa ricorda che i giorni dell’anno trascorso possono essere visti come “un ricordo di fatti e avvenimenti che riportano a momenti di gioia e di dolore”, oppure nel tentativo “di comprendere se abbiamo percepito la presenza di Dio che tutto rinnova e sostiene con il suo aiuto”:

“Siamo interpellati a verificare se le vicende del mondo si sono realizzate secondo la volontà di Dio oppure se abbiamo dato ascolto prevalentemente ai progetti degli uomini, spesso carichi di interessi privati, di insaziabile sete di potere e di violenza gratuita”.

Le cose buone non fanno mai notizia
Francesco invita a “focalizzare” i segni “che Dio” “ha concesso”, per “toccare con mano la forza del suo amore misericordioso”; parla “di grandi gesti di bontà”, a fronte di tante sofferenze:

“Non possiamo dimenticare che tante giornate sono state segnate da violenza, da morte, da sofferenze indicibili di tanti innocenti, di profughi costretti a lasciare la loro patria, di uomini, donne e bambini senza dimora stabile, cibo e sostentamento”.

Il bene vince sempre
Il Papa, però, ricorda anche tanta “bontà, amore e solidarietà” che “hanno riempito le giornate di quest’anno”, benché non siano diventate “notizie dei telegiornali! Le cose buone – afferma – non fanno mai notizia”:

“Questi segni di amore non possono e non devono essere oscurati dalla prepotenza del male. Il bene vince sempre, anche se in qualche momento può apparire più debole e nascosto”.

Poi guarda alla città di Roma che, dice, “non è estranea a questa condizione del mondo intero”. Quindi invita tutti gli abitanti ad “andare oltre le difficoltà del momento presente”, nell’impegno “a recuperare i valori fondamentali di servizio, onestà e solidarietà” per superare “le gravi incertezze che hanno dominato la scena di quest’anno, e che sono sintomi di scarso senso di dedizione al bene comune”:

“Non manchi mai l’apporto positivo della testimonianza cristiana per consentire a Roma, secondo la sua storia, e con la materna intercessione di Maria Salus Populi Romani, di essere interprete privilegiata di fede, di accoglienza, di fraternità e di pace”.

Visita al Presepe in Piazza San Pietro
Dopo l’omelia le note del Magnificat sono risuonate nella Basilica Vaticana, quindi il silenzio durante l’esposizione della Santissima Eucaristia e il canto del tradizionale inno del Te Deum. Al termine della celebrazione il Papa si è recato in Piazza San Pietro per visitare il Presepe e salutare alcuni fedeli presenti che lo hanno accolto con il calore e la gioia di sempre.

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Nel pomeriggio il Papa apre la Porta Santa a Santa Maria Maggiore

◊Questo pomeriggio, alle 17.00, Papa Francesco presiede la Messa per l’apertura della Porta Santa della Basilica papale di Santa Maria Maggiore. La Basilica è stata costruita nel quinto secolo dopo che il Concilio di Efeso ha proclamato solennemente la maternità divina di Maria. Qui è custodita l’antica Icona bizantina della “Salus Populi Romani”. Sul significato di questo evento, ascoltiamo mons. Renato Volante, canonico presso Santa Maria Maggiore, al microfono di Olivier Bonnel

R. – Penso che possiamo vedere due significati in questa presenza del Santo Padre. Intanto la nota grande, profonda, tenera devozione di Sua Santità verso l’icona della Salus Populi Romani che lui viene a venerare ogni volta quando parte da Roma per un viaggio internazionale e quando ritorna. Penso che il Santo Padre voglia, con la sua presenza, indicare quanto è importante Maria, la Madre di Dio. Il primo gennaio è la festa della Madre di Dio, della maternità divina di Maria, la Theotókos. Dunque il Santo Padre vuole indicare quanto è importante il suo esempio, per comprendere a pieno ciò che significa misericordia, come Dio mostra la sua misericordia alle generazioni, come l’ha mostrata a Maria, preservandola dal peccato originale, come la mostra a noi offrendoci l’esempio di disponibilità e di adesione alla sua volontà che così meravigliosamente è stato dato dalla Vergine Maria.

D. – In che senso la Beata Vergine è un modello di misericordia?

R. – In un senso, diciamo così, più categoriale, più comprensibile per noi, come ha mostrato la sua misericordia verso coloro che si sono rivolti a Lei durante la vita del suo Figlio nostro Signore Gesù Cristo su questa terra e come mostra la sua misericordia, la sua intercessione per noi, quando ricorriamo a Lei nei nostri momenti di bisogno, nei momenti nei quali sentiamo che qualcosa manca alla nostra unione con Dio, Ella ci sostiene e ci incoraggia.

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Oggi in Primo Piano

 

Marcia di Sant’Egidio: costruire la pace sconfiggendo l’indifferenza

◊Usciamo dalle nostre case per dire no alla guerra. E’ la sollecitazione che arriva dalla Comunità di Sant’Egidio che, come ogni primo gennaio, ha convocato in 800 città di tutto il mondo marce per la pace, quest’anno contro l’indifferenza, come indicato da Papa Francesco. Sotto il titolo “Pace in tutte le terre”, a Roma, un corteo ha partecipato a San Pietro all’Angelus, ricordando i conflitti ancora aperti nel mondo e per chiedere di vincere la rassegnazione di fronte alle guerre e al terrore, di favorire l’accoglienza e l’integrazione fra i popoli, di rendere più umane e vivibili le periferie del mondo. Francesca Sabatinelli ha intervistato Marco Impagliazzo, presidente di Sant’Egidio: 

R. – Non conoscere le situazioni, non interessarsene, delle situazioni di guerra, di violenza, non pregare per la loro soluzione ci allontana dalla conquista della pace. Invece, come cristiani,  dobbiamo ogni giorno agire perché la pace venga e venga presto. Dunque, la mobilitazione è la prima risposta contro l’indifferenza. Il nostro messaggio è: non cambiate canale. Quando si ascoltano notizie di guerre, quando si sente parlare di gente che soffre, non cambiamo canale ma informiamoci, partecipiamo di questo dolore perché già esprimere solidarietà è un modo di alleviare le ferite e le difficoltà di tanti popoli.

D. – Sant’Egidio puntualmente cerca di ricordare alle persone che esistono parti del mondo che soffrono ma che non vengono nominate …

R. – Ci sono situazioni in Africa, per esempio che, con il viaggio del Papa, sono state messe in grande evidenza, come il conflitto del Centrafrica, dove si è appena assistito alle prime elezioni pacifiche dopo tanti anni di guerra e di conflitto. Ci sono poi i conflitti come quello di Mindanao, in cui ci sono ancora cristiani che soffrono per la violenza terrorista nelle Filippine, di matrice jihadista. Ci sono conflitti legati alla violenza, penso al Centroamerica, in questo momento, in particolare il Salvador e l’Honduras, travolti da un’ondata di violenza da parte delle cosiddette “maras”, le gang giovanili che seminano il terrore in quei Paesi. C’è la violenza legata al narcotraffico in Messico, dove il Papa si recherà nel mese di febbraio, proprio per parlare e accendere una luce su questa piaga. Ecco, si potrebbe continuare. Ma su tutto bisogna dire che in realtà oggi avremmo i mezzi per informarci. Allora, l’indifferenza si vince innanzitutto non pensando che queste questioni sono troppo lontane da noi per non poter far qualcosa per esse.

D. – Pensiamo a quando le persone aprono gli occhi, quando poggiano il loro sguardo su situazioni che ne hanno tratto beneficio e che in questo 2015 sono in qualche modo una fiammella di speranza …

R. – Credo che oggi noi dobbiamo essere molto contenti per ciò che sta accadendo in Centrafrica – ripeto –perché questo è uno snodo, perché lì si vede come ci possa essere anche il superamento della logica della guerra di religione. Le notizie positive derivano dal fatto che oggi ci sono molti motivi in più perché le religioni – cristiani, musulmani, ebrei, ma anche le altre religioni asiatiche – lavorino insieme per la pace. L’islam è stato messo duramente alla prova esso stesso dalla violenza del terrorismo e sappiamo quanti morti ci sono tra i sunniti e tra gli sciiti. E in fondo, tanti musulmani hanno scelto oggi di manifestare per la pace e contro il terrorismo, andando anche al di là di alcune ambiguità di alcuni loro Stati o di certa loro opinione pubblica. Questo anche è un fatto positivo: che una parte del mondo musulmano veramente si stia risvegliando alle ragioni della pace.

D. – In questo momento le città europee sono sconvolte dall’assoluto e totale fallimento – almeno, così sembra – dell’integrazione. Forse è anche, e soprattutto, dentro casa nostra che dobbiamo guardare?

R. – C’è una pace da cercare, sì, a casa nostra, nella nostra Europa che sta diventando veramente un continente della coabitazione, dell’incontro tra popoli, culture e religioni diverse e questo è un bene perché significa che l’Europa attrae. Però, a questa attrazione non sempre corrisponde una coesione sociale, un vivere insieme nella pace come dovrebbe essere. Allora io penso che il tema della pace oggi si ponga a partire dalle nostre periferie, dalla scelta che sia i nostri Stati, ma anche semplici cittadini, devono fare ogni giorno, di conoscere l’altro, di superare l’indifferenza. Perché un conto è amare i valori, e quelli li amiamo tutti, ma la vera sfida, oggi, è amare le persone: questa sfida, se vinta, sarà veramente la sfida che vincerà anche il terrorismo o la tentazione di giovani, anche europei o europei di prima o seconda generazione, di entrare tra i “foreign fighters” o di trasformarsi in terroristi. Dunque, dobbiamo vincere questa sfida amando gli altri, incontrandoli e conoscendoli. Così si porterà avanti la cosiddetta società del vivere insieme e si farà crescere la coesione sociale, a partire dai fondamenti della nostra cultura, che è cultura europea fondata sul diritto, fondata sulla solidarietà, fondata sulla libertà, sui grandi valori fondatori dell’Europa, ma con il contributo anche di chi viene e ci porta altri valori e altre culture.

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Dietro guerre e violenze, il commercio di armi delle grandi potenze

◊Nella Giornata Mondiale della Pace vogliamo ricordare che dietro tante guerre c’è un ricco traffico di armi che non conosce crisi e anzi aumenta i suoi affari. Papa Francesco spesso si è scagliato, e con parole durissime, contro questo commercio di morte che fa strage di innocenti. Marco Guerra ne ha parlato con Fabrizio Battistelli, presidente dell’Istituto Archivio Disarmo: 

R. – Vere e proprie leggi internazionali non esistono ancora oggi, se non attraverso il Trattato per il commercio delle armi leggere, che è in corso di approvazione. In realtà esistono delle leggi nazionali e delle leggi regionali, per esempio a livello europeo. Il punto è che molti traffici sono anche illeciti e seguono vie parallele, sfuggono al controllo, abbastanza blando del resto, internazionale, e soprattutto a quello un po’ più stringente degli Stati.

D. – Secondo le ultime statistiche, è cresciuto l’export di armi dai Paesi occidentali verso i Paesi in guerra. Ma chi c’è dietro questo business e chi ci guadagna maggiormente? Chi sono i produttori mondiali che alimentano tutto questo?

R. – Sono tutte le grandi potenze: Stati Uniti in testa, seguiti da Russia, Cina, e a livello europeo dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Anche la Germania e l’Italia sono in un’ottima posizione, per esempio nelle armi leggere. Insomma, esistono settori importanti che hanno in Italia, come in ogni altro Paese, il problema di raggiungere il cosiddetto “break even point”, cioè quel livello oltre il quale si guadagna. Quindi la produzione nazionale non è in grado di raggiungere questa soglia da sola. Ecco perché c’è questa dinamica che induce poi le aziende a promuovere le esportazioni e gli Stati ad accettarlo.

D. – Ma è possibile tracciare una mappa con le principali rotte mondiali del traffico di armi?

R. – Bisogna seguire le aree di crisi. In questo momento il Medio Oriente è tutto un gigantesco arsenale, alimentato da canali ufficiali e da canali illeciti. E’ chiaro che se c’è una situazione di crisi come quella determinata dal sedicente Stato Islamico, la risposta determina un impegno molto importante di armamenti, anche tra i più avanzati. Vengono messi alla prova i sistemi più avanzati, più nuovi e poi grandi Paesi importatori, come per esempio l’Arabia Saudita e gli altri Stati della penisola arabica, sono tra i maggiori acquirenti mondiali. In quel caso è una vendita regolare tra Stati per scopi consentiti ufficialmente. E’ chiaro, però, che anche questo alimenta tutto un flusso di armi – non di grandi sistemi tecnologici magari – e le armi più piccole, quelle portatili, poi non si sa dove vanno a finire.

D. – Si può dire che fermare il traffico di armi vuol dire anche non foraggiare il terrorismo?

R. – Sicuramente sì, perché come negli acquedotti sembra che per trasportare l’acqua da un posto all’altro gli ingegneri calcolino che ci sia almeno un dieci per cento di dispersione, qualcosa del genere succede ai flussi di armi: non il 10, ma il 20, il 30 per cento spesso di queste armi si perdono per strada e ritornano poi nelle mani di coloro per fronteggiare i quali erano state spedite. Questo è il caso storico di questi giorni dell’Is: fino a qualche mese fa ha operato le sue conquiste grazie alle armi che generosamente gli Stati occidentali avevano fornito all’esercito iracheno e alle altre forze anti Assad in Siria, nell’ipotesi, nella speranza che servissero a fermare l’Is da un lato ed eventualmente ad abbattere il regime di Assad in Siria. Queste due finalità non sono state raggiunte con questi invii di armi.

D. – Papa Francesco in un’omelia ha sottolineato che siamo capaci di distruggere anche la fraternità, ricordando Caino ed Abele. Questo è vero se pensiamo alle tante guerre civili, dove a combattersi sono fazioni dello stesso popolo…

R. – Sì, è così. Oggi le guerre vere, reali, vengono combattute non più tra Stati come era il modello classico delle due guerre mondiali. Adesso abbiamo tutte guerre civili e abbiamo delle fazioni, abbiamo la strumentalizzazione del fattore religioso, per contrapporsi ad un nemico vero o presunto; abbiamo tutte guerre che sono di natura interna: sciiti contro sunniti o curdi contro turchi. Ecco questo è il dramma e la particolarità di questi anni.

Allarme terrorismo a Monaco: è caccia a 7 kamikaze dell’Is
Allerta revocata a Monaco di Baviera dopo il capodanno di tensione per un possibile attentato terroristico. Intanto, secondo i media locali, in queste ore le autorità tedesche sono sulle tracce di sette iracheni e siriani residenti in città e sospettati di voler colpire le stazioni ferroviarie durare i festeggiamenti della notte. Il servizio di Marco Guerra“Complessivamente direi che la situazione per Monaco è la stessa di prima di questa minaccia di attacco”: così il capo della polizia locale in tarda mattinata in una conferenza stampa mentre erano già state riaperte le stazioni, quella centrale e quella del quartiere Pasing. I due terminal ferroviari poco prima della mezzanotte erano stati segnalati come possibili obiettivi di un commando di kamikaze iracheni e siriani dello Stato Islamico, pronti a colpire i festeggiamenti del Capodanno nella città bavarese. Immediato è stato l’intervento delle forze speciali e l’evacuazione progressiva dell’intera area attorno allo scalo centrale. Stamani, il ministro dell’Interno del land della Baviera, Joachim Herrmann, ha spiegato che l’allarme è scattato dopo la segnalazione dell’intelligence di un “Paese amico”. Il membro del governo bavarese ha poi confermato che sono in corso verifiche sulle identità dei presunti terroristi ma al momento non è stato eseguito alcun arresto. E il timore di attacchi ha condizionato i festeggiamenti anche in altre città europee. A Parigi sono stati proibiti i fuochi di artificio e nel suo discorso alla nazione di fine anno il presidente francese Hollande ha avvertito che la minaccia terroristica è ancora “ad altissimo livello”.

Comunità di Taizé: da Valencia appello per un mondo più fraterno

Sono oltre 25 mila i giovani, giunti da tutto il mondo, che in questi giorni hanno partecipato a Valencia, in Spagna, all’Incontro europeo dei giovani promosso dalla Comunità ecumenica di Taizé e conclusosi oggi. Filo conduttore della nuova tappa del “Pellegrinaggio di fiducia sulla terra”, iniziato da Frère Roger alla fine degli anni 70, è stato il tema “Il coraggio della misericordia”. Ascoltiamo Frère David, tra gli organizzatori delle giornate, al microfono di Marina Tomarro: 

R. – Penso che molti hanno il desiderio di incontrare altri giovani per cercare insieme come essere cristiani attivi nella nostra società, come vivere la fede nel concreto delle loro vite. Questi incontri, con tutta la loro semplicità, permettono ai giovani di conoscere la realtà di una Chiesa locale – quest’anno qui, a Valencia – di trovare i giovani che vivono la fede nelle loro parrocchie e poi anche ai giovani di tutto il mondo di parlare insieme, di pregare insieme perché questo li aiuta nel loro cammino di fede.

D. – Perché questi incontri sono così importanti?

R. – Penso che sia un segno importante per tutti noi, vedere tanti giovani che si mettono così alla ricerca, che fanno un viaggio che per tanti è lungo, per passare cinque giorni di riflessione, di preghiera insieme, perché vogliono un mondo più umano, più giusto. Il tema di quest’anno è “Il coraggio della misericordia”. Allora, come possiamo vivere la misericordia nel concreto della nostra vita, in un mondo con tanti problemi? Oggi tutti sono così toccati a vedere i migranti che arrivano, queste persone che non possono vivere nel loro Paese: e cosa possiamo fare, noi, per essere segno dell’amore di Dio?

D. – Forti sono stati gli appelli di Frère Alois in questi giorni sulla pace e il perdono. In che modo, poi, questo messaggio può essere applicato nella vita quotidiana da parte di tutti questi giovani?

R. – Frère Alois ha fatto Natale in Siria ed è rimasto colpito nel vedere queste persone che nel mezzo della guerra, della distruzione dicono: “Noi vogliamo vivere insieme, tra persone di diverse religioni – cristiani, musulmani – noi vogliamo vivere insieme. Ma la nostra voce non è abbastanza forte per essere sentita: la voce delle armi parla più forte”. Allora hanno chiesto a Frère Alois di dire ai giovani che sono qui, a Valencia, che possiamo vivere insieme e che tutti noi possiamo compiere gesti concreti per vivere insieme con coloro che sono vicini a noi, per vivere questa misericordia e l’amore di Dio con le persone che sono intorno a noi.

D. – I pellegrinaggi della fiducia sono iniziati proprio con Frère Roger. Cosa rimane dei suoi insegnamenti?
R. – Frère Roger è arrivato a Taizé nel 1940; durante la guerra aveva accolto presso di sé dei rifugiati dalla guerra. Questo è quello a cui noi oggi assistiamo di nuovo: a Taizé noi abbiamo accolto un gruppo di giovani musulmani rifugiati dal Sudan e dall’Afghanistan, abbiamo accolto una famiglia dall’Iraq. E possiamo parlare di questa nostra esperienza di Taizé ai giovani che sono qui e dire loro che tutti noi possiamo fare qualcosa per costruire la pace. Non possiamo stare a guardare passivamente quello che succede nel nostro mondo, ma insieme possiamo costruire un mondo più giusto, più umano. Con il poco che abbiamo possiamo fare qualcosa, possiamo fare molto se ci mettiamo al servizio degli altri.

Tanti sono i giovani giunti dalle diverse diocesi italiane per partecipare al tradizionale incontro di Taizé. Tra loro anche Daniele Vico di Torino. Ascoltiamo la sua esperienza:
R. – Sicuramente è importante la dimensione del viaggio: del viaggio inteso come incontro, come scambio, come condivisione con persone di altre nazionalità, con cui si condivide qualcosa, c’è qualcosa in comune, ovvero la fede. Quindi, io direi comunità, condivisione di fede e conoscenza del mondo, anche, delle persone che ci sono intorno, delle loro esperienze.
D. – Cosa rimane di questi incontri?
R. – Sicuramente la contentezza di avere vissuto un’esperienza di condivisione, di avere conosciuto tante persone e anche di aver potuto prendere un momento di riflessione personale per staccarsi dalla vita quotidiana e cercare di ritrovare un po’ la dimensione della fede, che spesso si perde.
D. – Cosa si racconta agli amici, quando si torna a casa?
R. – Intanto, bisogna trovare il modo di raccontare a chi è lontano da questa realtà. Un capodanno diverso da quelli soliti: si racconta della stessa ospitalità della città, che apre le porte; dei vari eventi, dei workshop che si sono seguiti …

D. – In questi giorni, Frère Alois vi ha invitato a essere uomini e donne coraggiosi: come rispondere a questa sua esortazione?

R. – Credo che nella vita dobbiamo sempre essere coraggiosi e avere il coraggio di osare; non avere paura significa non avere paura di ciò che non si conosce, del diverso. Quindi, questo tipo di incontri sono fatti esattamente per questo, cioè per confrontarsi, per conoscere ciò che c’è intorno a noi, senza avere paura.

Oltraggio a Presepe. Mons. Palletti: ha unito credenti e non credentiOltraggio al Presepe di Pitelli sulle colline della Spezia. Il Bambinello del Presepe, allestito in piazza, prima è stato rubato e poi fatto ritrovare con una corda al collo davanti alla Grotta. Sulla vicenda indaga la Digos. Un brutto gesto, ma che ha unito credenti e non credenti nel condannarlo: è quanto ha detto il vescovo della Spezia, mons. Luigi Ernesto Palletti.Alessandro Guarasci lo ha sentito: 

R. – Definirlo una bravata mi sembra limitativo sia perché è un simbolo della fede che direi supera addirittura la fede cristiana, nel senso che è un simbolo caro alla tradizione. Dunque ci colpisce: colpisce una fede ma colpisce anche una cultura, colpisce anche una tradizione. Poi, abbinato anche a questo Presepio vi era anche l’iniziativa di una raccolta in favore della ricerca sul cancro che connota in modo più laico però anche in modo profondo quello che poteva essere un simbolo di solidarietà e di vita.

D. – Ma nella vostra zona ci sono già stati in qualche modo attacchi a simboli religiosi?

R. – Purtroppo abbiamo avuto momenti un po’ di tensione, come può essere l’imbrattamento di un’immagine religiosa e altre cose… Questo decisamente dà fastidio.

D. – Nelle settimane scorse c’è stato un discreto dibattito sul valore del Presepe. Secondo lei in Italia e nella sua zona si sta un po’ perdendo il senso di quel messaggio?

R. – No, direi che qui il Presepe è molto sentito. Se da una parte il gesto è deprecabile, veramente nefasto, però la reazione che ho visto nella gente, anche cogliendola dalla prime reazioni dei media o altro, è una reazione di totale condanna del gesto. Dunque tutti, direi proprio tutti, credenti e persone in ricerca sincera della verità, hanno deprecato quel gesto. Direi che il gesto in sé ha quasi prodotto una forte coesione, un valore sul Presepe.

Nella Chiesa e nel mondo

Mattarella: messaggio Papa invita a difesa dignità di ogni uomo

L’occupazione e le difficoltà degli italiani senza lavoro sono il passaggio principale del discorso di fine anno del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella. “Il lavoro manca ancora a troppi dei nostri giovani”, ha detto il capo di Stato aggiungendo che accanto a loro pensa “a tante persone, quarantenni e cinquantenni, che il lavoro lo hanno perduto e che vivono con la preoccupazione dell’avvenire della propria famiglia”.

Mattarella ha quindi parlato delle diseguaglianze che “rendono più fragile l’economia” e del Mezzogiorno come una “questione nazionale”. “Senza una crescita del Meridione – ha sottolineato – l’intero Paese resterà indietro”. Il presidente ha poi ricordato che “un elemento che ostacola la crescita è l’evasione fiscale” pari a “7 punti e mezzo di Pil”,  “se fosse dimezzata – ha proseguito – si potrebbero creare oltre 300mila posti di lavoro”.

Rilevanti anche le parole in merito alla minaccia terroristica, alla quale “non gli sarà permesso di condizionarci”. E secondo Mattarella, per combattere il terrorismo  “bisogna realizzare condizioni di pace e stabilità” per i popoli del Medio Oriente e dell’Africa, perché “non esistono barriere, naturali o artificiali, che possano isolarci da quel che avviene oltre i nostri confini”. Nel suo messaggio Mattarella ha parlato anche della questione migranti, riguardo alla quale chiede regole comuni europee.

Il presidente ha quindi voluto ringraziare il Papa: nel 2016 – ha detto – “si svolgerà il maggior percorso del Giubileo, voluto da Francesco, al quale rivolgo i miei auguri ed esprimo riconoscenza per l’alto valore del suo magistero. È un messaggio forte che invita alla convivenza pacifica e alla difesa della dignità di ogni persona”.

Il Presidente Mattarella ha chiuso il suo discorso con un richiamo per i 70 anni della Repubblica: “Tutti siamo chiamati ad averne cura”, a “farne vivere i principi nella vita quotidiana”.

Corea del Nord. Kim Jong-un: “Pronto alla guerra se provocato”

◊Il leader nordcoreano Kim Jong-un  ha affermato nel tradizionale discorso di Capodanno di essere pronto ad “una guerra santa” se provocato da stranieri “invasivi”. Il capo di Stato non ha fatto però riferimenti diretti, come in passato, ad armi nucleari e missili a lungo raggio. “La Corea del Sud”, ha lamentato, “ha posto unilateralmente la questione della unificazione aumentando il conflitto e la diffidenza tra noi”. In particolare,  Kim Jong-un è tornato a denunciare come “provocatorie” e “pericolose” le esercitazioni militari annuali che gli Usa conducono insieme alle forze armate di Seul.

Kim Jong-un ha poi detto di essere aperto a colloqui con chiunque sia veramente interessato a “riconciliazione e pace” nella penisola coreana. Il leader nordcoreano ha infine assicurato che migliorerà l’economia in difficoltà del Paese. Larga parte della popolazione vive infatti in condizioni di estrema povertà.

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Vescovi indiani: reintrodurre studio religioni nelle scuole

◊I vescovi indiani chiedono che nelle scuole pubbliche del Paese vengano studiate tutte le religioni e non solo quella indù. Il governo guidato dal partito filo-induista del Bharatiya Janata Party (Bjp) sta studiando l’ipotesi di introdurre in tutte le scuole lo studio del Bhagavadgita, il libro sacro più celebre della tradizione indù.

In una democrazia non si può promuovere una sola religione
“L’ideale sarebbe di integrare i testi sacri di tutte le religioni nei curricula scolastici”, ha dichiarato all’agenzia Ucan il portavoce della Conferenza episcopale indiana (Cbci). padre Gyanprakash Topno. “In una democrazia non si può promuovere una sola religione, non sarebbe una cosa buona”.

Lo studio di tutte le religioni nelle scuole rafforzerebbe l’unità nazionale
​L’idea di introdurre nella scuole l’insegnamento dei testi sacri indù ha riguadagnato terreno dopo la vittoria del presidente Narendra Modi nel maggio 2014. Negli Stati Haryana e nel nord- Rajastan i governi locali guidati dal Bjp hanno già annunciato la prossima introduzione del Bhagavadgita nelle scuole, nonostante la contrarietà delle minoranze per le quali si tratterebbe di un tentativo di “induizzare” l’educazione.  Secondo padre Topno l’introduzione del libro sacro di una sola religione nelle scuole violerebbe il carattere laico  del Paese: “Fare studiare  nelle scuole i vari libri sacri aiuta a rafforzare l’integrazione, la pace e l’armonia” nel Paese, ha detto il sacerdote. Un giudizio condiviso dall’arcivescovo di Bhopal, mons. Leo Cornelio, che sottolinea l’importanza di dare ai ragazzi la possibilità di conoscere la Bibbia, il Corano e i testi sacri di altre religioni. (L.Z.)

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La Chiesa argentina promuove una colletta per le missioni in Africa

◊“La tua carità per le missioni testimonia la tua fede”: è questo il tema della colletta che si terrà il 2 e 3 gennaio in tutte le Chiese dell’Argentina, per sostenere l’evangelizzazione del continente africano. L’iniziativa è promossa dalla Pontificie opere missionarie argentine, guidate da padre Dante De Sanzzi, che spiega: “Con questa campagna, vogliamo lanciare un appello alla generosità dei fedeli: aprite le porte al continente africano!”, vittima “dello sfruttamento e delle ingiustizie che aggravano la situazione delle popolazioni”.

Colletta istituita da Leone XIII per porre fine alla schiavitù in Africa
Da ricordare che la colletta pro Africa fu istituita per volere del card. Charles Lavigerie, grande missionario del continente africano. Alla fine del XIX secolo, Papa Leone XIII creò la “Pontificia Coletta pro Africa”, mediante l’Enciclica “Catholicae Ecclesiae” siglata il 20 novembre 1890”. All’epoca, il primo obiettivo era quello di aiutare i missionari a porre fine al dramma della schiavitù, soprattutto nel continente africano. A partire, poi, dal XX secolo, i fondi raccolti tramite questa colletta vengono affidati alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli che li utilizza, in particolare, per aiutare i sacerdoti fidei donum che operano nelle zone più povere del mondo. (I.P.)

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Congresso di pastorale sociale a Washington

◊“Chiamati a vivere la misericordia nella nostra casa comune”. E’ ispirato all’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’” e al Giubileo straordinario della Misericordia il tema scelto per il prossimo Congresso nazionale dei responsabili diocesani di pastorale sociale degli Stati Uniti (Catholic Social Ministry Gathering – Csmg).

Un confronto sulle sfide della povertà alla luce della Laudato sì
L’incontro, organizzato dal Dipartimento della giustizia, la pace e lo sviluppo umano e da altri quattro uffici della Conferenza episcopale (Usccb) in collaborazione con 16 organizzazioni cattoliche americane impegnate nell’apostolato sociale, si terrà dal 23 al 26 gennaio a Washington.  500 i delegati attesi che si confronteranno sulle attuali sfide globali e nazionali della povertà, della guerra, dell’ingiustizia e della promozione della vita e della dignità umana alla luce delle riflessioni di Papa Francesco nella sua enciclica ecologica e del tema del Giubileo straordinario. L’agenda dei lavori prevede anche una serie di seminari di approfondimento su alcuni aspetti specifici della pastorale sociale negli Stati Uniti

Quattro giorni per condividere esperienze e progetti
​Come ogni anno il Congresso sarà per i partecipanti un’occasione per conoscersi e condividere esperienze e intensificare la collaborazione delle organizzazioni del Paese impegnate nell’apostolato sociale. Esso sarà quindi un’opportunità per informarsi e informare sul contesto locale e globale delle sfide della giustizia, della pace e della promozione umana. I quattro giorni di lavori saranno scanditi da liturgie in cui i delegati pregheranno insieme per rilanciare i loro progetti e rinnoveranno il loro impegno nell’opera di advocacy a favore dei più vulnerabili. (L.Z.)

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Etiopia. Eparca di Adigrat: la misericordia comincia in famiglia

◊“La misericordia inizia all’interno della famiglia”: è quanto affermato da mons. Tesfaselassie Medhin, eparca di Adigrat, in Etiopia. Nei giorni scorsi, il presule ha inaugurato, a livello locale, il Giubileo straordinario della misericordia, aprendo ufficialmente la Porta Santa della Cattedrale del Salvatore della città. “In occasione dell’Anno Santo, la Chiesa in Etiopia ed in particolare l’eparchia di Adigrat – ha sottolineato mons. Medhin – incoraggiano le coppie di coniugi separati a superare le reciproche differenze ed a riconciliarsi tra loro”.

Misericordia, parametro per valutare la vita quotidiana
“Il Giubileo straordinario della misericordia – ha aggiunto il presule – ci offre l’opportunità di fare un passo indietro per valutare la nostra vita in base a quanto siamo stati misericordiosi nei confronti del prossimo”. Per questo, ha ribadito, “è davvero giunto il momento di essere misericordiosi come il Padre, al quale chiediamo di essere misericordioso nei nostri confronti”.

Preparato materiale informativo sul Giubileo in lingua tigrina
Da mons. Medhin anche l’annuncio che, per l’Anno Santo, è stato preparato un apposito libretto informativo, redatto nella lingua locale tigrina, per permettere a tutti i fedeli di conoscere le varie iniziative giubilari in programma fino al 20 novembre 2016, giorno conclusivo del Giubileo. In particolare, l’eparca di Adigrat ha esortato i pellegrini a compiere le opere di misericordia spirituali e corporali, affinché diventino una buona abitudine da portare avanti anche dopo la conclusione dell’Anno Santo. Infine, il presule ha invitato i fedeli a guardare al Giubileo come ad “un tempo di rinnovamento spirituale”.

Cattolici in Etiopia pari allo 0,2 per cento della popolazione
Sede suffraganea dell’arcieparchia di Addis Abeba, l’eparchia di Adigrat è situata nel nord dell’Etiopia, Paese in cui i cattolici oggi sono appena il 228.078 (Annuario Statistico della Chiesa 2011), pari allo 0,2% della popolazione in netta maggioranza ortodossa. Da notare che, secondo alcuni recenti studi demografici, la comunità cristiana etiope potrebbe diventare, entro la metà del secolo,  una delle più grandi del mondo grazie all’alto tasso di natalità nel Paese che ha portato la popolazione dai 33 milioni del 1975 ai circa 86 milioni attuali. Alla crescita della presenza cristiana in Etiopia contribuisce anche la proliferazione delle comunità evangeliche. (I.P.)

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Congo: nasce Cattedra Monsengwo per promuovere valori morali e religiosi

◊Ha preso il via a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, il primo anno accademico della Cattedra “Card. Laurent Monsengwo” che intende offrire contributi nel campo dell’educazione e promuovere valori morali e religiosi. L’iniziativa è del Seminario maggiore San Giovanni XXIII e della facoltà di Teologia dell’Università cattolica del Congo. Il segretario generale della Cattedra, il prof. Jean Gérard Baende, ha sottolineato quanto importante sia la trasmissione del sapere specificando che “la prima ricchezza di una nazione è la sua ricchezza umana” e che lo sviluppo passa attraverso la valorizzazione di quest’ultima.

Lo sviluppo umano è indicatore di buona governance
Per il prof. Baende, inoltre, riferisce Mediacongo, le autorità politiche devono considerare come indicatore di buona governance proprio lo sviluppo umano, ossia il benessere dei congolesi nella sanità, nell’educazione, nell’impiego, nella promozione della donna, nella tutela dei minori e nella salvaguardia dell’ambiente.

Riqualificare la formazione e promuovere la partecipazione sociale
Il segretario generale della cattedra dedicata al card. Laurent Monsengwo ha poi aggiunto che occorre riqualificare la formazione, rispettare gli interessi e le aspirazioni dei congolesi e saper suscitare capacità di partecipazione alle sfide nazionali. Infine il prof. Baende ha specificato che tra gli obiettivi della cattedra vi è quello di proporre la revisione dell’insegnamento superiore e universitario nella prospettiva di formare un’élite capace di affrontare le sfide mondiali. (T.C.)

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E’ possibile ricevere gratuitamente, via posta elettronica, l’edizione quotidiana del Bollettino del Radiogiornale. La richiesta può essere effettuata sul sito http://it.radiovaticana.va

 

Segreteria di redazione: Gloria Fontana, Mara Gentili, Anna Poce e Beatrice Filibeck, con la collaborazione di Barbara Innocenti.

 

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“Che cosa significa che Gesù nacque nella pienezza del tempo?”. Ma la venuta di Cristo nel mondo – dice il Papa – non può essere spiegata storicamente o politicamente. Era quello un tempo in cui il popolo d’Israele non era libero, soggiogato dalla conquista dei Romani. E’ necessaria, dunque, un’altra interpretazione:

“Nel momento in cui Dio stabilisce che è giunto il momento di adempiere la promessa fatta, allora per l’umanità si realizza la pienezza del tempo. Pertanto, non è la storia che decide della nascita di Cristo; è, piuttosto, la sua venuta nel mondo che permette alla storia di giungere alla sua pienezza”.

Pienezza del tempo è la presenza di Dio in prima persona nella storia
E’ per questo che dalla nascita del Figlio di Dio – prosegue  il Pontefice – inizia il computo di una nuova era, quella che vede il compimento della promessa antica. Questo realizza, dunque, il concetto di “pienezza del tempo”:

“La pienezza del tempo, dunque, è la presenza di Dio in prima persona nella nostra storia. Ora possiamo vedere la sua gloria che risplende nella povertà di una stalla, ed essere incoraggiati e sostenuti dal suo Verbo fattosi “piccolo” in un bambino. Grazie a Lui, il nostro tempo può trovare la sua pienezza”.

No a falsa neutralità davanti all’oceano di misericordia
Ma la domanda dell’uomo di oggi sembra stridere e contrastare con la realtà. Ogni giorno, mentre vorremmo essere sostenuti dai segni della presenza di Dio, dobbiamo ricontrare segni opposti, negativi, che lo fanno piuttosto sentire come assente di fronte alle ingiustizie, le violenze, la sopraffazione del più forte sul più debole, la malvagità, l’odio, la guerra la fame, le persecuzioni. Un fiume di miseria – sottolinea il Santo Padre – alimentato dal peccato, sembra contraddire la pienezza del tempo realizzata da Cristo:

“Eppure, questo fiume in piena non può nulla contro l’oceano di misericordia che inonda il nostro mondo. Siamo chiamati tutti ad immergerci in questo oceano, a lasciarci rigenerare, per vincere l’indifferenza che impedisce la solidarietà, e uscire dalla falsa neutralità che ostacola la condivisione”.

Il sì di Maria
Siamo chiamati a diventare suoi cooperatori nella costruzione di un mondo più giusto e fraterno, dove ogni persona e ogni creatura possa vivere in pace, nell’armonia della creazione originaria di Dio. Tutto questo – dice il Papa – nasce da quel sì che Maria pronunciò all’Angelo Gabriele che le annunciò la divina maternità. La promessa antica – afferma – si compie nella sua persona:

“Ella ha creduto alle parole dell’Angelo, ha concepito il Figlio, è diventata Madre del Signore. Attraverso di lei, attraverso il suo ‘sì’, è giunta la pienezza del tempo”.

Dove non arriva la ragione dei filosofi può giungere la forza della fede
Alla fine dell’omelia della Messa, caratterizzata dai canti dei Pueri Cantores ricevuti ieri dal Papa per la chiusura del loro 40° Congresso internazionale, Francesco conclude:

Dove non può arrivare la ragione dei filosofi né la trattativa della politica, là può giungere la forza della fede che porta la grazia del Vangelo di Cristo, e che può aprire sempre nuove vie alla ragione e alle trattative”.

Angelus del Papa: conquista la pace chi apre il cuore al prossimo
La pace va conquistata, lottando contro indifferenza, chiusure, sospetti e aprendo il cuore al prossimo: è quanto ha detto Papa Francesco rivolgendosi ai pellegrini, circa 60mila, riuniti in Piazza San Pietro per l’Angelus e invocando Maria, Regina della Pace. Il servizio di Sergio Centofanti

L’indifferenza è nemica della pace
Nella Giornata Mondiale della Pace, Papa Francesco ricorda che la pace va non soltanto coltivata ma anche “conquistata”. Ciò comporta “una vera e propria lotta, un combattimento spirituale che ha luogo nel nostro cuore“. Per un motivo:
Perché è nemica della pace non è solo la guerra, ma anche l’indifferenza, che fa pensare solo a sé stessi e crea barriere, sospetti, paure e chiusure. E queste cose sono nemiche della pace”.

Risvegliare l’attenzione per il prossimo
“Abbiamo, grazie a Dio, tante informazioni” ha aggiunto:

“Ma a volte siamo così sommersi di notizie che veniamo distratti dalla realtà, dal fratello e dalla sorella che hanno bisogno di noi. Cominciamo in quest’anno ad aprire il cuore, risvegliando l’attenzione al prossimo, a chi è più vicino. Questa è la via per la conquista della pace”.

Riconoscenza per le manifestazioni di pace nel mondo
Il Papa ha espresso la sua riconoscenza per le molteplici iniziative organizzate in ogni parte del mondo in occasione della Giornata Mondiale della Pace, citando in particolare la Marcia nazionale  promossa a Molfetta da Cei, CaritasPax Christi e Azione Cattolica, la manifestazione organizzata a Roma e in molti Paesi dalla Comunità di Sant’Egidio e la veglia di preghiera notturna in Piazza San Pietro del Movimento dell’Amore Familiare per la pace e l’unità nelle famiglie del mondo:

“E’ bello sapere che tante persone, soprattutto giovani, hanno scelto questo modo di vivere il capodanno (…) Cari amici, vi incoraggio a portare avanti il vostro impegno in favore della riconciliazione e della concordia”.

Gli auguri con la benedizione di Dio
Papa Francesco ha rivolto il suo saluto per l’anno nuovo: “E’ bello scambiarsi gli auguri” – afferma – anche se “sappiamo però che con l’anno nuovo non cambierà tutto, e che tanti problemi di ieri rimarranno anche domani”. Ha tratto allora il suo augurio dalla liturgia odierna, “sostenuto da una speranza reale”, perché invoca la benedizione di Dio:

“Che il Signore posi lo sguardo sopra di voi e che possiate gioire, sapendo che ogni giorno il suo volto misericordioso, più radioso del sole, risplende su di voi e non tramonta mai! Scoprire il volto di Dio rende nuova la vita. Perché è un Padre innamorato dell’uomo, che non si stanca mai di ricominciare da capo con noi per rinnovarci”.

Dio non usa la bacchetta magica
Il Signore – ha proseguito – ha tanta pazienza con noi e “non si stanca di ricominciare da capo ogni volta che noi cadiamo”:

“Però il Signore non promette cambiamenti magici, Lui non usa la bacchetta magica. Ama cambiare la realtà dal di dentro, con pazienza e amore; chiede di entrare nella nostra vita con delicatezza, come la pioggia nella terra, per poi portare frutto. E sempre ci aspetta e ci guarda con tenerezza”.

Il grazie al presidente Mattarella
Ha quindi ringraziato il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, per gli auguri che gli ha rivolto ieri sera nel suo Messaggio di fine anno, e che ricambia di cuore. Infine, ha augurato ancora a tutti “un anno di pace nella grazia del Signore, ricco di misericordia, e con la protezione materna di Maria, la Santa Madre di Dio”.

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60 mila fedeli in Piazza San Pietro: “C’è bisogno di pace come del pane”

◊In Piazza San Pietro erano presenti circa 60mila pellegrini giunti da tutto per ascoltare il primo Angelus dell’anno e celebrare la Giornata Mondiale della Pace. Ascoltiamo i loro commenti al microfono di Marina Tomarro: 

R. – E’ importante essere qui oggi perché nel mondo c’è un grande bisogno di pace, c’è bisogno di pace come del pane. Quando guardiamo al Medio Oriente e a tanti Paesi africani – vorrei citare il Burundi – c’è bisogno di pace, c’è bisogno di riunirsi per dire che vogliamo la pace.

R. – La pace è importante perché è sorgente di serenità e il fatto di vivere in uno stato di pace rende possibile il vivere tutti insieme e il condividere le cose che abbiamo: per la pace è importante dare, perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

R. – Questo stare insieme della Comunità di Sant’Egidio è proprio il modo per avere nel cuore tutti questi Paesi: più di 30 situazioni nel mondo di violenza, di guerra… Siamo tanti proprio per iniziare l’anno con un passo di pace e dire che c’è tanta gente che vuole costruire la pace anche a partire dall’accogliere tanti rifugiati che sono qui con noi e vengono da Paesi in guerra.

D. – In che modo si può essere cooperatori di pace oggi?

R. –  Io credo che siano tanti i modi in cui si può essere nella vita quotidiana delle città, nel creare tessuti di coabitazione tra persone diverse, nel superare le situazioni conflittuali, nel lavorare perché si creino canali di comunicazione e di intervento per combattere la povertà e nel creare anche ambiti di incontro e di dialogo tra i credenti delle varie religioni.

R. – Lo si diventa vivendo quotidianamente meno ripiegati su se stessi e essendo più attenti alla vita delle persone che ci sono vicine, partendo da quelli che di più soffrono la povertà, le difficoltà, la solitudine, quindi gli anziani e le persone che vivono per strada.

R. – La pace ci serve, dappertutto. Io vengo dalla Nigeria e non c’è pace lì. Non so se i miei famigliari sono vivi adesso … ma io spero… La pace serve, è fondamentale per andare avanti. Senza la pace non c’è la vita.

D. – Qual è il tuo augurio per il nuovo anno?

R.  – Pace, pace! Dappertutto, in tutto il mondo, pace!

R.  – Un augurio per i cristiani che in questo momento non festeggiano. Un augurio per le persone che ancora hanno bisogno di scoprire la misericordia. E un augurio per tutti per vivere la nostra pace nelle nostre case. E chiaramente che finiscano le guerre.

R.  – Che si possa veramente costruire un mondo di pace, dove vivere insieme, essere solidali, accogliere gli altri e dialogare.

D. – Oggi è la festa di Maria Madre di Dio: quanto è importante la figura della Madonna nella sua vita?

R.  – Maria è proprio la mamma. Noi siamo anche mamme e papà, qui, in tanti! Penso che sia una stella alla quale dobbiamo guardare, specialmente per quest’anno che viene.

R.  – La figura della Madonna nella mia vita è importante innanzitutto perché Maria è madre del nostro Signore Gesù Cristo e Gesù è il principe della pace. Guardare a Maria oggi è come guardare a una madre e chiedere la sua benedizione perché ci accompagni nel nostro cammino di vita.

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Francesco al Te Deum: il bene appare debole ma vince sempre

◊“Il bene vince sempre, anche se in qualche momento può apparire più debole e nascosto”. Così il Papa nei Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, celebrati nella Basilica di San Pietro, a cui è seguita l’esposizione del Santissimo Sacramento e il Te Deum, l’inno di ringraziamento di fine anno. Nell’Anno giubilare della misericordia, il Papa ha guardato alla sofferenza dei profughi e ha esortato la città di Roma ad essere “interprete privilegiata di fede, accoglienza, fraternità e pace”. Al termine della celebrazione, il Papa ha visitato il Presepe allestito in Piazza San Pietro salutando anche i tanti fedeli presenti. Massimiliano Menichetti: 

L’inno del Te Deum
In una Basilica immersa nella solennità della preghiera e nella gioia del ringraziamento il Papa esorta a “riconoscere la presenza amorevole di Dio negli avvenimenti della nostra storia”. “Per questo – dice – nel Te Deum chiediamo l’aiuto agli Angeli, ai Profeti e a tutta la creazione per dare lode al Signore”:

“Con questo inno ripercorriamo la storia della salvezza dove, per un misterioso disegno di Dio, trovano posto e sintesi anche le varie vicende della nostra vita di quest’anno trascorso”.

Misericordia e speranza
“In questo Anno giubilare” Francesco ricorda con forza la vicinanza del Signore, la misericordia, la speranza:

“La compagnia della misericordia è luce per comprendere meglio quanto abbiamo vissuto e speranza che ci accompagna all’inizio di un nuovo anno”.

La presenza di Dio negli eventi dell’anno trascorso
Il Papa ricorda che i giorni dell’anno trascorso possono essere visti come “un ricordo di fatti e avvenimenti che riportano a momenti di gioia e di dolore”, oppure nel tentativo “di comprendere se abbiamo percepito la presenza di Dio che tutto rinnova e sostiene con il suo aiuto”:

“Siamo interpellati a verificare se le vicende del mondo si sono realizzate secondo la volontà di Dio oppure se abbiamo dato ascolto prevalentemente ai progetti degli uomini, spesso carichi di interessi privati, di insaziabile sete di potere e di violenza gratuita”.

Le cose buone non fanno mai notizia
Francesco invita a “focalizzare” i segni “che Dio” “ha concesso”, per “toccare con mano la forza del suo amore misericordioso”; parla “di grandi gesti di bontà”, a fronte di tante sofferenze:

“Non possiamo dimenticare che tante giornate sono state segnate da violenza, da morte, da sofferenze indicibili di tanti innocenti, di profughi costretti a lasciare la loro patria, di uomini, donne e bambini senza dimora stabile, cibo e sostentamento”.

Il bene vince sempre
Il Papa, però, ricorda anche tanta “bontà, amore e solidarietà” che “hanno riempito le giornate di quest’anno”, benché non siano diventate “notizie dei telegiornali! Le cose buone – afferma – non fanno mai notizia”:

“Questi segni di amore non possono e non devono essere oscurati dalla prepotenza del male. Il bene vince sempre, anche se in qualche momento può apparire più debole e nascosto”.

Poi guarda alla città di Roma che, dice, “non è estranea a questa condizione del mondo intero”. Quindi invita tutti gli abitanti ad “andare oltre le difficoltà del momento presente”, nell’impegno “a recuperare i valori fondamentali di servizio, onestà e solidarietà” per superare “le gravi incertezze che hanno dominato la scena di quest’anno, e che sono sintomi di scarso senso di dedizione al bene comune”:

“Non manchi mai l’apporto positivo della testimonianza cristiana per consentire a Roma, secondo la sua storia, e con la materna intercessione di Maria Salus Populi Romani, di essere interprete privilegiata di fede, di accoglienza, di fraternità e di pace”.

Visita al Presepe in Piazza San Pietro
Dopo l’omelia le note del Magnificat sono risuonate nella Basilica Vaticana, quindi il silenzio durante l’esposizione della Santissima Eucaristia e il canto del tradizionale inno del Te Deum. Al termine della celebrazione il Papa si è recato in Piazza San Pietro per visitare il Presepe e salutare alcuni fedeli presenti che lo hanno accolto con il calore e la gioia di sempre.

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Nel pomeriggio il Papa apre la Porta Santa a Santa Maria Maggiore

◊Questo pomeriggio, alle 17.00, Papa Francesco presiede la Messa per l’apertura della Porta Santa della Basilica papale di Santa Maria Maggiore. La Basilica è stata costruita nel quinto secolo dopo che il Concilio di Efeso ha proclamato solennemente la maternità divina di Maria. Qui è custodita l’antica Icona bizantina della “Salus Populi Romani”. Sul significato di questo evento, ascoltiamo mons. Renato Volante, canonico presso Santa Maria Maggiore, al microfono di Olivier Bonnel

R. – Penso che possiamo vedere due significati in questa presenza del Santo Padre. Intanto la nota grande, profonda, tenera devozione di Sua Santità verso l’icona della Salus Populi Romani che lui viene a venerare ogni volta quando parte da Roma per un viaggio internazionale e quando ritorna. Penso che il Santo Padre voglia, con la sua presenza, indicare quanto è importante Maria, la Madre di Dio. Il primo gennaio è la festa della Madre di Dio, della maternità divina di Maria, la Theotókos. Dunque il Santo Padre vuole indicare quanto è importante il suo esempio, per comprendere a pieno ciò che significa misericordia, come Dio mostra la sua misericordia alle generazioni, come l’ha mostrata a Maria, preservandola dal peccato originale, come la mostra a noi offrendoci l’esempio di disponibilità e di adesione alla sua volontà che così meravigliosamente è stato dato dalla Vergine Maria.

D. – In che senso la Beata Vergine è un modello di misericordia?

R. – In un senso, diciamo così, più categoriale, più comprensibile per noi, come ha mostrato la sua misericordia verso coloro che si sono rivolti a Lei durante la vita del suo Figlio nostro Signore Gesù Cristo su questa terra e come mostra la sua misericordia, la sua intercessione per noi, quando ricorriamo a Lei nei nostri momenti di bisogno, nei momenti nei quali sentiamo che qualcosa manca alla nostra unione con Dio, Ella ci sostiene e ci incoraggia.

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Oggi in Primo Piano

 

Marcia di Sant’Egidio: costruire la pace sconfiggendo l’indifferenza

◊Usciamo dalle nostre case per dire no alla guerra. E’ la sollecitazione che arriva dalla Comunità di Sant’Egidio che, come ogni primo gennaio, ha convocato in 800 città di tutto il mondo marce per la pace, quest’anno contro l’indifferenza, come indicato da Papa Francesco. Sotto il titolo “Pace in tutte le terre”, a Roma, un corteo ha partecipato a San Pietro all’Angelus, ricordando i conflitti ancora aperti nel mondo e per chiedere di vincere la rassegnazione di fronte alle guerre e al terrore, di favorire l’accoglienza e l’integrazione fra i popoli, di rendere più umane e vivibili le periferie del mondo. Francesca Sabatinelli ha intervistato Marco Impagliazzo, presidente di Sant’Egidio: 

R. – Non conoscere le situazioni, non interessarsene, delle situazioni di guerra, di violenza, non pregare per la loro soluzione ci allontana dalla conquista della pace. Invece, come cristiani,  dobbiamo ogni giorno agire perché la pace venga e venga presto. Dunque, la mobilitazione è la prima risposta contro l’indifferenza. Il nostro messaggio è: non cambiate canale. Quando si ascoltano notizie di guerre, quando si sente parlare di gente che soffre, non cambiamo canale ma informiamoci, partecipiamo di questo dolore perché già esprimere solidarietà è un modo di alleviare le ferite e le difficoltà di tanti popoli.

D. – Sant’Egidio puntualmente cerca di ricordare alle persone che esistono parti del mondo che soffrono ma che non vengono nominate …

R. – Ci sono situazioni in Africa, per esempio che, con il viaggio del Papa, sono state messe in grande evidenza, come il conflitto del Centrafrica, dove si è appena assistito alle prime elezioni pacifiche dopo tanti anni di guerra e di conflitto. Ci sono poi i conflitti come quello di Mindanao, in cui ci sono ancora cristiani che soffrono per la violenza terrorista nelle Filippine, di matrice jihadista. Ci sono conflitti legati alla violenza, penso al Centroamerica, in questo momento, in particolare il Salvador e l’Honduras, travolti da un’ondata di violenza da parte delle cosiddette “maras”, le gang giovanili che seminano il terrore in quei Paesi. C’è la violenza legata al narcotraffico in Messico, dove il Papa si recherà nel mese di febbraio, proprio per parlare e accendere una luce su questa piaga. Ecco, si potrebbe continuare. Ma su tutto bisogna dire che in realtà oggi avremmo i mezzi per informarci. Allora, l’indifferenza si vince innanzitutto non pensando che queste questioni sono troppo lontane da noi per non poter far qualcosa per esse.

D. – Pensiamo a quando le persone aprono gli occhi, quando poggiano il loro sguardo su situazioni che ne hanno tratto beneficio e che in questo 2015 sono in qualche modo una fiammella di speranza …

R. – Credo che oggi noi dobbiamo essere molto contenti per ciò che sta accadendo in Centrafrica – ripeto –perché questo è uno snodo, perché lì si vede come ci possa essere anche il superamento della logica della guerra di religione. Le notizie positive derivano dal fatto che oggi ci sono molti motivi in più perché le religioni – cristiani, musulmani, ebrei, ma anche le altre religioni asiatiche – lavorino insieme per la pace. L’islam è stato messo duramente alla prova esso stesso dalla violenza del terrorismo e sappiamo quanti morti ci sono tra i sunniti e tra gli sciiti. E in fondo, tanti musulmani hanno scelto oggi di manifestare per la pace e contro il terrorismo, andando anche al di là di alcune ambiguità di alcuni loro Stati o di certa loro opinione pubblica. Questo anche è un fatto positivo: che una parte del mondo musulmano veramente si stia risvegliando alle ragioni della pace.

D. – In questo momento le città europee sono sconvolte dall’assoluto e totale fallimento – almeno, così sembra – dell’integrazione. Forse è anche, e soprattutto, dentro casa nostra che dobbiamo guardare?

R. – C’è una pace da cercare, sì, a casa nostra, nella nostra Europa che sta diventando veramente un continente della coabitazione, dell’incontro tra popoli, culture e religioni diverse e questo è un bene perché significa che l’Europa attrae. Però, a questa attrazione non sempre corrisponde una coesione sociale, un vivere insieme nella pace come dovrebbe essere. Allora io penso che il tema della pace oggi si ponga a partire dalle nostre periferie, dalla scelta che sia i nostri Stati, ma anche semplici cittadini, devono fare ogni giorno, di conoscere l’altro, di superare l’indifferenza. Perché un conto è amare i valori, e quelli li amiamo tutti, ma la vera sfida, oggi, è amare le persone: questa sfida, se vinta, sarà veramente la sfida che vincerà anche il terrorismo o la tentazione di giovani, anche europei o europei di prima o seconda generazione, di entrare tra i “foreign fighters” o di trasformarsi in terroristi. Dunque, dobbiamo vincere questa sfida amando gli altri, incontrandoli e conoscendoli. Così si porterà avanti la cosiddetta società del vivere insieme e si farà crescere la coesione sociale, a partire dai fondamenti della nostra cultura, che è cultura europea fondata sul diritto, fondata sulla solidarietà, fondata sulla libertà, sui grandi valori fondatori dell’Europa, ma con il contributo anche di chi viene e ci porta altri valori e altre culture.

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Dietro guerre e violenze, il commercio di armi delle grandi potenze

◊Nella Giornata Mondiale della Pace vogliamo ricordare che dietro tante guerre c’è un ricco traffico di armi che non conosce crisi e anzi aumenta i suoi affari. Papa Francesco spesso si è scagliato, e con parole durissime, contro questo commercio di morte che fa strage di innocenti. Marco Guerra ne ha parlato con Fabrizio Battistelli, presidente dell’Istituto Archivio Disarmo: 

R. – Vere e proprie leggi internazionali non esistono ancora oggi, se non attraverso il Trattato per il commercio delle armi leggere, che è in corso di approvazione. In realtà esistono delle leggi nazionali e delle leggi regionali, per esempio a livello europeo. Il punto è che molti traffici sono anche illeciti e seguono vie parallele, sfuggono al controllo, abbastanza blando del resto, internazionale, e soprattutto a quello un po’ più stringente degli Stati.

D. – Secondo le ultime statistiche, è cresciuto l’export di armi dai Paesi occidentali verso i Paesi in guerra. Ma chi c’è dietro questo business e chi ci guadagna maggiormente? Chi sono i produttori mondiali che alimentano tutto questo?

R. – Sono tutte le grandi potenze: Stati Uniti in testa, seguiti da Russia, Cina, e a livello europeo dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Anche la Germania e l’Italia sono in un’ottima posizione, per esempio nelle armi leggere. Insomma, esistono settori importanti che hanno in Italia, come in ogni altro Paese, il problema di raggiungere il cosiddetto “break even point”, cioè quel livello oltre il quale si guadagna. Quindi la produzione nazionale non è in grado di raggiungere questa soglia da sola. Ecco perché c’è questa dinamica che induce poi le aziende a promuovere le esportazioni e gli Stati ad accettarlo.

D. – Ma è possibile tracciare una mappa con le principali rotte mondiali del traffico di armi?

R. – Bisogna seguire le aree di crisi. In questo momento il Medio Oriente è tutto un gigantesco arsenale, alimentato da canali ufficiali e da canali illeciti. E’ chiaro che se c’è una situazione di crisi come quella determinata dal sedicente Stato Islamico, la risposta determina un impegno molto importante di armamenti, anche tra i più avanzati. Vengono messi alla prova i sistemi più avanzati, più nuovi e poi grandi Paesi importatori, come per esempio l’Arabia Saudita e gli altri Stati della penisola arabica, sono tra i maggiori acquirenti mondiali. In quel caso è una vendita regolare tra Stati per scopi consentiti ufficialmente. E’ chiaro, però, che anche questo alimenta tutto un flusso di armi – non di grandi sistemi tecnologici magari – e le armi più piccole, quelle portatili, poi non si sa dove vanno a finire.

D. – Si può dire che fermare il traffico di armi vuol dire anche non foraggiare il terrorismo?

R. – Sicuramente sì, perché come negli acquedotti sembra che per trasportare l’acqua da un posto all’altro gli ingegneri calcolino che ci sia almeno un dieci per cento di dispersione, qualcosa del genere succede ai flussi di armi: non il 10, ma il 20, il 30 per cento spesso di queste armi si perdono per strada e ritornano poi nelle mani di coloro per fronteggiare i quali erano state spedite. Questo è il caso storico di questi giorni dell’Is: fino a qualche mese fa ha operato le sue conquiste grazie alle armi che generosamente gli Stati occidentali avevano fornito all’esercito iracheno e alle altre forze anti Assad in Siria, nell’ipotesi, nella speranza che servissero a fermare l’Is da un lato ed eventualmente ad abbattere il regime di Assad in Siria. Queste due finalità non sono state raggiunte con questi invii di armi.

D. – Papa Francesco in un’omelia ha sottolineato che siamo capaci di distruggere anche la fraternità, ricordando Caino ed Abele. Questo è vero se pensiamo alle tante guerre civili, dove a combattersi sono fazioni dello stesso popolo…

R. – Sì, è così. Oggi le guerre vere, reali, vengono combattute non più tra Stati come era il modello classico delle due guerre mondiali. Adesso abbiamo tutte guerre civili e abbiamo delle fazioni, abbiamo la strumentalizzazione del fattore religioso, per contrapporsi ad un nemico vero o presunto; abbiamo tutte guerre che sono di natura interna: sciiti contro sunniti o curdi contro turchi. Ecco questo è il dramma e la particolarità di questi anni.

Allarme terrorismo a Monaco: è caccia a 7 kamikaze dell’Is
Allerta revocata a Monaco di Baviera dopo il capodanno di tensione per un possibile attentato terroristico. Intanto, secondo i media locali, in queste ore le autorità tedesche sono sulle tracce di sette iracheni e siriani residenti in città e sospettati di voler colpire le stazioni ferroviarie durare i festeggiamenti della notte. Il servizio di Marco Guerra“Complessivamente direi che la situazione per Monaco è la stessa di prima di questa minaccia di attacco”: così il capo della polizia locale in tarda mattinata in una conferenza stampa mentre erano già state riaperte le stazioni, quella centrale e quella del quartiere Pasing. I due terminal ferroviari poco prima della mezzanotte erano stati segnalati come possibili obiettivi di un commando di kamikaze iracheni e siriani dello Stato Islamico, pronti a colpire i festeggiamenti del Capodanno nella città bavarese. Immediato è stato l’intervento delle forze speciali e l’evacuazione progressiva dell’intera area attorno allo scalo centrale. Stamani, il ministro dell’Interno del land della Baviera, Joachim Herrmann, ha spiegato che l’allarme è scattato dopo la segnalazione dell’intelligence di un “Paese amico”. Il membro del governo bavarese ha poi confermato che sono in corso verifiche sulle identità dei presunti terroristi ma al momento non è stato eseguito alcun arresto. E il timore di attacchi ha condizionato i festeggiamenti anche in altre città europee. A Parigi sono stati proibiti i fuochi di artificio e nel suo discorso alla nazione di fine anno il presidente francese Hollande ha avvertito che la minaccia terroristica è ancora “ad altissimo livello”.

Comunità di Taizé: da Valencia appello per un mondo più fraterno

Sono oltre 25 mila i giovani, giunti da tutto il mondo, che in questi giorni hanno partecipato a Valencia, in Spagna, all’Incontro europeo dei giovani promosso dalla Comunità ecumenica di Taizé e conclusosi oggi. Filo conduttore della nuova tappa del “Pellegrinaggio di fiducia sulla terra”, iniziato da Frère Roger alla fine degli anni 70, è stato il tema “Il coraggio della misericordia”. Ascoltiamo Frère David, tra gli organizzatori delle giornate, al microfono di Marina Tomarro: 

R. – Penso che molti hanno il desiderio di incontrare altri giovani per cercare insieme come essere cristiani attivi nella nostra società, come vivere la fede nel concreto delle loro vite. Questi incontri, con tutta la loro semplicità, permettono ai giovani di conoscere la realtà di una Chiesa locale – quest’anno qui, a Valencia – di trovare i giovani che vivono la fede nelle loro parrocchie e poi anche ai giovani di tutto il mondo di parlare insieme, di pregare insieme perché questo li aiuta nel loro cammino di fede.

D. – Perché questi incontri sono così importanti?

R. – Penso che sia un segno importante per tutti noi, vedere tanti giovani che si mettono così alla ricerca, che fanno un viaggio che per tanti è lungo, per passare cinque giorni di riflessione, di preghiera insieme, perché vogliono un mondo più umano, più giusto. Il tema di quest’anno è “Il coraggio della misericordia”. Allora, come possiamo vivere la misericordia nel concreto della nostra vita, in un mondo con tanti problemi? Oggi tutti sono così toccati a vedere i migranti che arrivano, queste persone che non possono vivere nel loro Paese: e cosa possiamo fare, noi, per essere segno dell’amore di Dio?

D. – Forti sono stati gli appelli di Frère Alois in questi giorni sulla pace e il perdono. In che modo, poi, questo messaggio può essere applicato nella vita quotidiana da parte di tutti questi giovani?

R. – Frère Alois ha fatto Natale in Siria ed è rimasto colpito nel vedere queste persone che nel mezzo della guerra, della distruzione dicono: “Noi vogliamo vivere insieme, tra persone di diverse religioni – cristiani, musulmani – noi vogliamo vivere insieme. Ma la nostra voce non è abbastanza forte per essere sentita: la voce delle armi parla più forte”. Allora hanno chiesto a Frère Alois di dire ai giovani che sono qui, a Valencia, che possiamo vivere insieme e che tutti noi possiamo compiere gesti concreti per vivere insieme con coloro che sono vicini a noi, per vivere questa misericordia e l’amore di Dio con le persone che sono intorno a noi.

D. – I pellegrinaggi della fiducia sono iniziati proprio con Frère Roger. Cosa rimane dei suoi insegnamenti?
R. – Frère Roger è arrivato a Taizé nel 1940; durante la guerra aveva accolto presso di sé dei rifugiati dalla guerra. Questo è quello a cui noi oggi assistiamo di nuovo: a Taizé noi abbiamo accolto un gruppo di giovani musulmani rifugiati dal Sudan e dall’Afghanistan, abbiamo accolto una famiglia dall’Iraq. E possiamo parlare di questa nostra esperienza di Taizé ai giovani che sono qui e dire loro che tutti noi possiamo fare qualcosa per costruire la pace. Non possiamo stare a guardare passivamente quello che succede nel nostro mondo, ma insieme possiamo costruire un mondo più giusto, più umano. Con il poco che abbiamo possiamo fare qualcosa, possiamo fare molto se ci mettiamo al servizio degli altri.

Tanti sono i giovani giunti dalle diverse diocesi italiane per partecipare al tradizionale incontro di Taizé. Tra loro anche Daniele Vico di Torino. Ascoltiamo la sua esperienza:
R. – Sicuramente è importante la dimensione del viaggio: del viaggio inteso come incontro, come scambio, come condivisione con persone di altre nazionalità, con cui si condivide qualcosa, c’è qualcosa in comune, ovvero la fede. Quindi, io direi comunità, condivisione di fede e conoscenza del mondo, anche, delle persone che ci sono intorno, delle loro esperienze.
D. – Cosa rimane di questi incontri?
R. – Sicuramente la contentezza di avere vissuto un’esperienza di condivisione, di avere conosciuto tante persone e anche di aver potuto prendere un momento di riflessione personale per staccarsi dalla vita quotidiana e cercare di ritrovare un po’ la dimensione della fede, che spesso si perde.
D. – Cosa si racconta agli amici, quando si torna a casa?
R. – Intanto, bisogna trovare il modo di raccontare a chi è lontano da questa realtà. Un capodanno diverso da quelli soliti: si racconta della stessa ospitalità della città, che apre le porte; dei vari eventi, dei workshop che si sono seguiti …

D. – In questi giorni, Frère Alois vi ha invitato a essere uomini e donne coraggiosi: come rispondere a questa sua esortazione?

R. – Credo che nella vita dobbiamo sempre essere coraggiosi e avere il coraggio di osare; non avere paura significa non avere paura di ciò che non si conosce, del diverso. Quindi, questo tipo di incontri sono fatti esattamente per questo, cioè per confrontarsi, per conoscere ciò che c’è intorno a noi, senza avere paura.

Oltraggio a Presepe. Mons. Palletti: ha unito credenti e non credentiOltraggio al Presepe di Pitelli sulle colline della Spezia. Il Bambinello del Presepe, allestito in piazza, prima è stato rubato e poi fatto ritrovare con una corda al collo davanti alla Grotta. Sulla vicenda indaga la Digos. Un brutto gesto, ma che ha unito credenti e non credenti nel condannarlo: è quanto ha detto il vescovo della Spezia, mons. Luigi Ernesto Palletti.Alessandro Guarasci lo ha sentito: 

R. – Definirlo una bravata mi sembra limitativo sia perché è un simbolo della fede che direi supera addirittura la fede cristiana, nel senso che è un simbolo caro alla tradizione. Dunque ci colpisce: colpisce una fede ma colpisce anche una cultura, colpisce anche una tradizione. Poi, abbinato anche a questo Presepio vi era anche l’iniziativa di una raccolta in favore della ricerca sul cancro che connota in modo più laico però anche in modo profondo quello che poteva essere un simbolo di solidarietà e di vita.

D. – Ma nella vostra zona ci sono già stati in qualche modo attacchi a simboli religiosi?

R. – Purtroppo abbiamo avuto momenti un po’ di tensione, come può essere l’imbrattamento di un’immagine religiosa e altre cose… Questo decisamente dà fastidio.

D. – Nelle settimane scorse c’è stato un discreto dibattito sul valore del Presepe. Secondo lei in Italia e nella sua zona si sta un po’ perdendo il senso di quel messaggio?

R. – No, direi che qui il Presepe è molto sentito. Se da una parte il gesto è deprecabile, veramente nefasto, però la reazione che ho visto nella gente, anche cogliendola dalla prime reazioni dei media o altro, è una reazione di totale condanna del gesto. Dunque tutti, direi proprio tutti, credenti e persone in ricerca sincera della verità, hanno deprecato quel gesto. Direi che il gesto in sé ha quasi prodotto una forte coesione, un valore sul Presepe.

Nella Chiesa e nel mondo

Mattarella: messaggio Papa invita a difesa dignità di ogni uomo

L’occupazione e le difficoltà degli italiani senza lavoro sono il passaggio principale del discorso di fine anno del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella. “Il lavoro manca ancora a troppi dei nostri giovani”, ha detto il capo di Stato aggiungendo che accanto a loro pensa “a tante persone, quarantenni e cinquantenni, che il lavoro lo hanno perduto e che vivono con la preoccupazione dell’avvenire della propria famiglia”.

Mattarella ha quindi parlato delle diseguaglianze che “rendono più fragile l’economia” e del Mezzogiorno come una “questione nazionale”. “Senza una crescita del Meridione – ha sottolineato – l’intero Paese resterà indietro”. Il presidente ha poi ricordato che “un elemento che ostacola la crescita è l’evasione fiscale” pari a “7 punti e mezzo di Pil”,  “se fosse dimezzata – ha proseguito – si potrebbero creare oltre 300mila posti di lavoro”.

Rilevanti anche le parole in merito alla minaccia terroristica, alla quale “non gli sarà permesso di condizionarci”. E secondo Mattarella, per combattere il terrorismo  “bisogna realizzare condizioni di pace e stabilità” per i popoli del Medio Oriente e dell’Africa, perché “non esistono barriere, naturali o artificiali, che possano isolarci da quel che avviene oltre i nostri confini”. Nel suo messaggio Mattarella ha parlato anche della questione migranti, riguardo alla quale chiede regole comuni europee.

Il presidente ha quindi voluto ringraziare il Papa: nel 2016 – ha detto – “si svolgerà il maggior percorso del Giubileo, voluto da Francesco, al quale rivolgo i miei auguri ed esprimo riconoscenza per l’alto valore del suo magistero. È un messaggio forte che invita alla convivenza pacifica e alla difesa della dignità di ogni persona”.

Il Presidente Mattarella ha chiuso il suo discorso con un richiamo per i 70 anni della Repubblica: “Tutti siamo chiamati ad averne cura”, a “farne vivere i principi nella vita quotidiana”.

Corea del Nord. Kim Jong-un: “Pronto alla guerra se provocato”

◊Il leader nordcoreano Kim Jong-un  ha affermato nel tradizionale discorso di Capodanno di essere pronto ad “una guerra santa” se provocato da stranieri “invasivi”. Il capo di Stato non ha fatto però riferimenti diretti, come in passato, ad armi nucleari e missili a lungo raggio. “La Corea del Sud”, ha lamentato, “ha posto unilateralmente la questione della unificazione aumentando il conflitto e la diffidenza tra noi”. In particolare,  Kim Jong-un è tornato a denunciare come “provocatorie” e “pericolose” le esercitazioni militari annuali che gli Usa conducono insieme alle forze armate di Seul.

Kim Jong-un ha poi detto di essere aperto a colloqui con chiunque sia veramente interessato a “riconciliazione e pace” nella penisola coreana. Il leader nordcoreano ha infine assicurato che migliorerà l’economia in difficoltà del Paese. Larga parte della popolazione vive infatti in condizioni di estrema povertà.

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Vescovi indiani: reintrodurre studio religioni nelle scuole

◊I vescovi indiani chiedono che nelle scuole pubbliche del Paese vengano studiate tutte le religioni e non solo quella indù. Il governo guidato dal partito filo-induista del Bharatiya Janata Party (Bjp) sta studiando l’ipotesi di introdurre in tutte le scuole lo studio del Bhagavadgita, il libro sacro più celebre della tradizione indù.

In una democrazia non si può promuovere una sola religione
“L’ideale sarebbe di integrare i testi sacri di tutte le religioni nei curricula scolastici”, ha dichiarato all’agenzia Ucan il portavoce della Conferenza episcopale indiana (Cbci). padre Gyanprakash Topno. “In una democrazia non si può promuovere una sola religione, non sarebbe una cosa buona”.

Lo studio di tutte le religioni nelle scuole rafforzerebbe l’unità nazionale
​L’idea di introdurre nella scuole l’insegnamento dei testi sacri indù ha riguadagnato terreno dopo la vittoria del presidente Narendra Modi nel maggio 2014. Negli Stati Haryana e nel nord- Rajastan i governi locali guidati dal Bjp hanno già annunciato la prossima introduzione del Bhagavadgita nelle scuole, nonostante la contrarietà delle minoranze per le quali si tratterebbe di un tentativo di “induizzare” l’educazione.  Secondo padre Topno l’introduzione del libro sacro di una sola religione nelle scuole violerebbe il carattere laico  del Paese: “Fare studiare  nelle scuole i vari libri sacri aiuta a rafforzare l’integrazione, la pace e l’armonia” nel Paese, ha detto il sacerdote. Un giudizio condiviso dall’arcivescovo di Bhopal, mons. Leo Cornelio, che sottolinea l’importanza di dare ai ragazzi la possibilità di conoscere la Bibbia, il Corano e i testi sacri di altre religioni. (L.Z.)

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La Chiesa argentina promuove una colletta per le missioni in Africa

◊“La tua carità per le missioni testimonia la tua fede”: è questo il tema della colletta che si terrà il 2 e 3 gennaio in tutte le Chiese dell’Argentina, per sostenere l’evangelizzazione del continente africano. L’iniziativa è promossa dalla Pontificie opere missionarie argentine, guidate da padre Dante De Sanzzi, che spiega: “Con questa campagna, vogliamo lanciare un appello alla generosità dei fedeli: aprite le porte al continente africano!”, vittima “dello sfruttamento e delle ingiustizie che aggravano la situazione delle popolazioni”.

Colletta istituita da Leone XIII per porre fine alla schiavitù in Africa
Da ricordare che la colletta pro Africa fu istituita per volere del card. Charles Lavigerie, grande missionario del continente africano. Alla fine del XIX secolo, Papa Leone XIII creò la “Pontificia Coletta pro Africa”, mediante l’Enciclica “Catholicae Ecclesiae” siglata il 20 novembre 1890”. All’epoca, il primo obiettivo era quello di aiutare i missionari a porre fine al dramma della schiavitù, soprattutto nel continente africano. A partire, poi, dal XX secolo, i fondi raccolti tramite questa colletta vengono affidati alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli che li utilizza, in particolare, per aiutare i sacerdoti fidei donum che operano nelle zone più povere del mondo. (I.P.)

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Congresso di pastorale sociale a Washington

◊“Chiamati a vivere la misericordia nella nostra casa comune”. E’ ispirato all’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’” e al Giubileo straordinario della Misericordia il tema scelto per il prossimo Congresso nazionale dei responsabili diocesani di pastorale sociale degli Stati Uniti (Catholic Social Ministry Gathering – Csmg).

Un confronto sulle sfide della povertà alla luce della Laudato sì
L’incontro, organizzato dal Dipartimento della giustizia, la pace e lo sviluppo umano e da altri quattro uffici della Conferenza episcopale (Usccb) in collaborazione con 16 organizzazioni cattoliche americane impegnate nell’apostolato sociale, si terrà dal 23 al 26 gennaio a Washington.  500 i delegati attesi che si confronteranno sulle attuali sfide globali e nazionali della povertà, della guerra, dell’ingiustizia e della promozione della vita e della dignità umana alla luce delle riflessioni di Papa Francesco nella sua enciclica ecologica e del tema del Giubileo straordinario. L’agenda dei lavori prevede anche una serie di seminari di approfondimento su alcuni aspetti specifici della pastorale sociale negli Stati Uniti

Quattro giorni per condividere esperienze e progetti
​Come ogni anno il Congresso sarà per i partecipanti un’occasione per conoscersi e condividere esperienze e intensificare la collaborazione delle organizzazioni del Paese impegnate nell’apostolato sociale. Esso sarà quindi un’opportunità per informarsi e informare sul contesto locale e globale delle sfide della giustizia, della pace e della promozione umana. I quattro giorni di lavori saranno scanditi da liturgie in cui i delegati pregheranno insieme per rilanciare i loro progetti e rinnoveranno il loro impegno nell’opera di advocacy a favore dei più vulnerabili. (L.Z.)

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Etiopia. Eparca di Adigrat: la misericordia comincia in famiglia

◊“La misericordia inizia all’interno della famiglia”: è quanto affermato da mons. Tesfaselassie Medhin, eparca di Adigrat, in Etiopia. Nei giorni scorsi, il presule ha inaugurato, a livello locale, il Giubileo straordinario della misericordia, aprendo ufficialmente la Porta Santa della Cattedrale del Salvatore della città. “In occasione dell’Anno Santo, la Chiesa in Etiopia ed in particolare l’eparchia di Adigrat – ha sottolineato mons. Medhin – incoraggiano le coppie di coniugi separati a superare le reciproche differenze ed a riconciliarsi tra loro”.

Misericordia, parametro per valutare la vita quotidiana
“Il Giubileo straordinario della misericordia – ha aggiunto il presule – ci offre l’opportunità di fare un passo indietro per valutare la nostra vita in base a quanto siamo stati misericordiosi nei confronti del prossimo”. Per questo, ha ribadito, “è davvero giunto il momento di essere misericordiosi come il Padre, al quale chiediamo di essere misericordioso nei nostri confronti”.

Preparato materiale informativo sul Giubileo in lingua tigrina
Da mons. Medhin anche l’annuncio che, per l’Anno Santo, è stato preparato un apposito libretto informativo, redatto nella lingua locale tigrina, per permettere a tutti i fedeli di conoscere le varie iniziative giubilari in programma fino al 20 novembre 2016, giorno conclusivo del Giubileo. In particolare, l’eparca di Adigrat ha esortato i pellegrini a compiere le opere di misericordia spirituali e corporali, affinché diventino una buona abitudine da portare avanti anche dopo la conclusione dell’Anno Santo. Infine, il presule ha invitato i fedeli a guardare al Giubileo come ad “un tempo di rinnovamento spirituale”.

Cattolici in Etiopia pari allo 0,2 per cento della popolazione
Sede suffraganea dell’arcieparchia di Addis Abeba, l’eparchia di Adigrat è situata nel nord dell’Etiopia, Paese in cui i cattolici oggi sono appena il 228.078 (Annuario Statistico della Chiesa 2011), pari allo 0,2% della popolazione in netta maggioranza ortodossa. Da notare che, secondo alcuni recenti studi demografici, la comunità cristiana etiope potrebbe diventare, entro la metà del secolo,  una delle più grandi del mondo grazie all’alto tasso di natalità nel Paese che ha portato la popolazione dai 33 milioni del 1975 ai circa 86 milioni attuali. Alla crescita della presenza cristiana in Etiopia contribuisce anche la proliferazione delle comunità evangeliche. (I.P.)

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Congo: nasce Cattedra Monsengwo per promuovere valori morali e religiosi

◊Ha preso il via a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, il primo anno accademico della Cattedra “Card. Laurent Monsengwo” che intende offrire contributi nel campo dell’educazione e promuovere valori morali e religiosi. L’iniziativa è del Seminario maggiore San Giovanni XXIII e della facoltà di Teologia dell’Università cattolica del Congo. Il segretario generale della Cattedra, il prof. Jean Gérard Baende, ha sottolineato quanto importante sia la trasmissione del sapere specificando che “la prima ricchezza di una nazione è la sua ricchezza umana” e che lo sviluppo passa attraverso la valorizzazione di quest’ultima.

Lo sviluppo umano è indicatore di buona governance
Per il prof. Baende, inoltre, riferisce Mediacongo, le autorità politiche devono considerare come indicatore di buona governance proprio lo sviluppo umano, ossia il benessere dei congolesi nella sanità, nell’educazione, nell’impiego, nella promozione della donna, nella tutela dei minori e nella salvaguardia dell’ambiente.

Riqualificare la formazione e promuovere la partecipazione sociale
Il segretario generale della cattedra dedicata al card. Laurent Monsengwo ha poi aggiunto che occorre riqualificare la formazione, rispettare gli interessi e le aspirazioni dei congolesi e saper suscitare capacità di partecipazione alle sfide nazionali. Infine il prof. Baende ha specificato che tra gli obiettivi della cattedra vi è quello di proporre la revisione dell’insegnamento superiore e universitario nella prospettiva di formare un’élite capace di affrontare le sfide mondiali. (T.C.)

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E’ possibile ricevere gratuitamente, via posta elettronica, l’edizione quotidiana del Bollettino del Radiogiornale. La richiesta può essere effettuata sul sito http://it.radiovaticana.va

 

Segreteria di redazione: Gloria Fontana, Mara Gentili, Anna Poce e Beatrice Filibeck, con la collaborazione di Barbara Innocenti.

 

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